17 NOVEMBRE

17 NOVEMBRE

AUTORITRATTO - FAUSTO VACCA AI REMI SU MAROSI CELESTI VERSO L'INFINITO

 

 

POESIA COMPOSTA PER IL SESTO ANNIVERSARIO (17 NOVEMBRE 2015) DELLA SCOMPARSA DEL MIO AMICO FAUSTO VACCA E INVIATA AL CONCORSO "BELLISSIMI VERSI" CHE SI SVOLGE A BELLISSIMI DI DOLCEDO DOVE E’ STATA PREMIATA CON IL "PREMIO SPECIALE".

SEGUE UN COMMENTO DELL'AMICO AMBRON A CUI VANNO I MIEI RINGRAZIAMENTI.

 

                                                                                                                          U LUVU

 

 

DISCURE IN SCIU’ TEMPU E l’ÀIGA

 

Àiga duse e varegu amo(r)u u tempu.

Tempu che pé nui u passa cume a passa

a mejima àiga sutta i ponti:

ina vota sulla,

tempu ch’u marca i passi da memo(r)ia

in sciá stradda da vitta,

tempu che sensa u spassiu u nu l ’è nien,

tempu che mancu tütta l ’àiga du diluviu

a l ’è riuscia a fermō.

“Fausto, aù che a tò senne a s’arescio(r)a

cünō da l ’àiga da ma(r)ina

fin fin a-e revese dell ’eternu,

Tü, omu sensa ciü tempu, che de de lì

ti poi vē pe’ sempre e tutt’insemme

sea, anc’ öi e duman,

dimme … cuss’ u l ’è u tempu?”.

“Me frai, serca da sullu a risposta,

mi a t’ò musciau a stradda

intantu ch’a me n’andajevu …

ti nu t’aregordi e ürtime u(r)e insemme?

… aù, cu-e pa(r)olle du puetta,

a te diggu sullu che u tempu

u l ‘è ina sciu(r)a pocu cunusciüa,

sciu(r)a du mō e sciu(r)a du ben,

e che u tempu u l ‘è àiga de vena

ch’a te leva a sē ma ch’a te

scappa aviau din te die de mae,

àiga d ’ina vena

che pe’ mi a s’é seccō troppu prestu.

Frai, serca da sullu ina risposta,

tü serca sempre, me(r)aveiate de tüttu,

mīa drentu au miste(r)u sensa fin e …

bevi àncū l ’àiga da vitta”.

 

   tommaso lupi                  dialettu de Duseu

 

 

 

DIALOGO SUL TEMPO E L’ACQUA

 

Acqua dolce e tossico amaro il tempo.

Tempo che per noi passa come passa

la stessa acqua sotto i ponti:

una volta sola,

tempo che segna i passi della memoria

sulla strada della vita,

tempo che senza lo spazio è niente,

tempo che nemmeno tutta l ’acqua del diluvio

è riuscita a fermare.

“Fausto, ora che le tue ceneri si riposano

cullate dall’acqua del mare

fin fino alle rive dell’eterno,

Tu, uomo senza più tempo, che da lì

hai presenti per sempre e insieme

ricordo, coscienza e presagio,

dimmi … cos’è il tempo?”.

“Fratello mio, cerca da te la risposta,

io ti ho indicato la strada

mentre già andavo via …

non ti ricordi le ultime ore insieme?

… adesso, con le parole del poeta,

ti dico solo che il tempo

è un fiore poco conosciuto,

fiore del male e fiore del bene,

e che il tempo è acqua di fonte

che ti leva la sete ma che

ti sfugge veloce fra le dita delle mani,

acqua di una fonte

per me troppo presto inaridita.

Fratello, cerca da te una risposta,

tu cerca sempre, meravigliati di tutto,

indaga il mistero senza fine e …

bevi ancora l ’acqua della vita”.

 

traduzione libera dal dialetto di Dolcedo

 

 

Avvertenze per la pronuncia:

 

ē   = una e e mezza (sē = sete, cielo)

ī   = una i e mezza (fī = figli)

ū   = una u e mezza (tepū = tepore)

ü   = u lombarda o tedesca con dieresi (Müller)

ō   = una o e mezza – ( = mare, male – = molo)

ö   = come per la u lombarda – o anche dittongo êu francese

         (fiö - fiêu = bambino)

ž   =   zzzzzz come in ronzio – o anche s italiana molle

j     = j francese – alcuni mettono x senza giustificarlo

(r) = (tra 2 vocali) = r vocalizzata come in inglese

Salvo ó (molto stretto), è, è,   tutti gli altri accenti

                         sono tonici per facilitare la lettura

 

 

Tommaso ti invio ciò che mi è venuto da scrivere dopo aver letto il tuo componimento poetico e sentito le tue “giustificazioni” in merito al contenuto e alla forma.

 

 

“Discure in sciu’ tempu e l’àiga” è un componimento poetico con diversi gradi di lettura amalgamati dal dialetto di Dolcedo che perviene qui a lingua poetica, filosofica, scientifica contraddicendo il pensiero dell’autore che, pur amando il suo dialetto fino a tenere un comizio politico interamente in dialetto a metà anni 70, ha sempre affermato che il dialetto è privo di astrazione legato com’è alla materialità del quotidiano, soprattutto della vita contadina di liguri taciturni e con pochi vocaboli. Sosteneva, il dialetto non sarà mai progressivo, non potrà uscire dall’angusta dimensione esistenziale in cui è nato, non potrà permettere progressi intellettuali nella filosofia, nella scienza e nella poesia si limiterà a descrizioni che possono suscitare emozioni e stati d’animo anche intensi e profondi ma nulla più. Questo componimento dimostra il contrario e il poeta è il primo a esserne sorpreso.

Due dei più grandi poeti dell’umanità, Saffo e Archiloco, scrivevano in dialetto ionico, eolico di Lesbo e cicladico di Paro rispettivamente, ed elevarono, anche attraverso l’invenzione di neologismi, quel loro dialetto a lingua classica purissima, ma l’autore si arrabbia al solo pensiero di essere accostato a Saffo e ad Archiloco che, assieme ad Esiodo considera i tre maggiori poeti mai esistiti, inarrivabili per chiunque.

Tentativi analoghi, bellissimi, di dare dignità letteraria al nostro dialetto senza “nostalgicismi” e dialettismi esibiti li abbiamo per merito di Peppino Cassinelli, l’autore si promette di insistere su questa strada e spera che, insieme a lui, altri poeti dialettali si propongano di far rivivere il dialetto dei Liguri (gli antichi Ambrones) dandogli slancio verso una nuova lingua togliendolo dal binario morto per pochi sopravissuti a cui è destinato.

Del contenuto parleremo in seguito, della forma possiamo dire che la premessa del componimento assume la forma delle giaculatorie popolari, delle tecniche allocutive della preghiera, la forma ripetitiva e meccanica delle cantilene oracolari proprie di tutti i dialetti e fonte di studio per gli antropologi, e qui, per chi sa leggerli, esprime concetti, idee, suggestioni che affondano nella filosofia, nella conoscenza scientifica, nella coscienza religiosa dei popoli, si esprimano o no in lingua o in dialetto.

La seconda parte del componimento, La domanda che l’autore fa all’amico è sintetica e, come tutto il componimento, sobria, senza orpelli, arcaismi, dialettismi esibiti, ma con parole piane, comuni e condensa in 7 brevi righe sentimento, filosofia, scienza e poesia, vedremo come. La terza parte, la risposta dell’Amico, è altrettanto sobria ma adegua il timbro e il ritmo delle parole, dei versi, alla poesia, al sentimento, alla filosofia più che alla scienza la quale in realtà cerca la luce nel mistero con risultati fantastici ma non univoci, non definitivi.

Tre parti, tre strutture diverse che tentano di unire contenuto e forma in una cosa sola, un buon contenuto alla sua forma confacente, è dalla riuscita di questa unione che dipende il risultato estetico, bello, mediocre o brutto, della poesia. Il giudizio estetico è solo dei lettori, anzi degli uditori (le poesie vanno recitate), è soggettivo, non vi è alcun canone che possa stabilire per tutti il bello e il brutto, diceva l’eleate Senofane 25 secoli fa: “la parola può cogliere il vero il più possibile, ma il vero non si sa: non c' è che l’opinione”. Anche altri elementi contribuiscono al risultato estetico oltre che l’unità di contenuto e forma: autore e uditori assieme debbono possedere conoscenza, sensibilità e sentimento, mancando anche una sola di queste condizioni in ciascuno dei due non vi è risultato estetico completo, elevato, bello.

Il mio giudizio naturalmente è entusiastico ma non conta visto che è soggettivo.

 

A m’ aregordu che candu a leu picenin, int’u Caruggiu du Furnu in’Isu(r)alonga, Lescian e Gin de Žo de Che i me dijeva: “chi nu ghe n’à u nu ghe ne pò mette” e “dunde u nu ghe nè u nu se ghe ne po’ piō”, daime vōta a ‘stu gruppu!.

 

Il componimento si presenta sotto la forma del dialogo dell’autore con l’Amico prematuramente scomparso sei anni fa, dialogo che, nella vita reale, è quasi diuturno, non ossessivo e che avviene a volte sugli accadimenti quotidiani, a volte su problemi esistenziali, a volte è anche semplicemente un saluto all’Amico passando in riva a quel mare che accoglie le sue ceneri.

L’autore conosce bene il pensiero dell’Amico ed è in grado di svilupparlo senza tradirlo anche ragionando su temi a lui cari come il tempo e l’acqua che, assieme a moltissimi altri temi, costituiscono l’oggetto dell'incessante riflessione del poeta nella continua ricerca di verità e di senso che accompagna da sempre la sua vita.

Il componimento inizia con una serie di riflessioni filosofiche, scientifiche, religiose (bibliche) circa il tempo e l’acqua che costituiscono premessa alla domanda che l’autore fa all’amico che, dalla sua dimensione “senza più tempo”, può vedere passato, presente e futuro con un colpo d’occhio, compresenti. La domanda è “cos’è il tempo”: una delle domande a cui, ad oggi, la fisica teorica non ha ancora dato una risposta come sostiene il giovane e brillante fisico italiano Carlo Rovelli.

Il tempo diversamente percepito e descritto resta il mistero più grande.

Naturalmente l’Amico non può dare una risposta scientifica che nessuno può dare, può però rispondere poeticamente da artista qual’era (pittore, musicista, lavoratore portuale sognatore) paragonando il tempo ad un fiore raro, poco conosciuto, e all’acqua di fonte, fonte di vita, affermandone l’ambiguità o, se volete, l’ambivalenza che percorre tutto il componimento fra dolce e amaro, bene e male, dissetante, sfuggente e arido. Ma entriamo nel merito, il titolo ci dice che si tratta di un colloquio che nel suo svolgersi stabilisce un paragone, un confronto fra due elementi apparentemente estranei ma che, come sostiene il nostro poeta, sono intimamente legati fino a non poter esistere l’uno senza l’altro se si dimostrerà vera l’equazione poetico – mistico – filosofico – scientifica: “acqua = vita = coscienza = memoria = tempo”. Mi racconta il poeta: “Dall’acqua, da quel brodo primordiale degli oceani e dei mari primitivi nasce la vita sotto forma di molecole organiche, poi di cellule invertebrate, poi di rettili o pesci che, saliti sulla terra da anfibi, si trasformano e cominciano un’evoluzione, secondo il progetto di Dio o della Natura a vostro piacere, verso diverse forme di vita tra cui l’uomo, unico essere vivente dotato di coscienza di se (a quanto se ne sa), coscienza di se, soggettiva all’ennesima potenza, che produce la memoria dei tanti passi della vita (allora, l’altrieri, ieri, ora, qui, adesso …) messi in sequenza fino a farci percepire il tempo, lo scorrere del tempo o “l’abitare il tempo” come dice Heidegger".

In ultima analisi possiamo convenire col nostro poeta che "l’acqua è la madre del tempo”.

Dice Eraclito, filosofo greco del 5° secolo a.C., “Dalla terra nasce l’acqua dall’acqua nasce l’anima…” (zoé, bios e pneuma insieme) la genesi della vita dall’acqua è stata “teorizzata” ancor prima da Talete, filosofo greco del 6° secolo a.C., “l’acqua è il principio (archè) di tutte le cose”, prima e dopo di loro tutte le civiltà che hanno popolato la terra hanno riconosciuto questa origine e dimostrato la centralità di questo elemento nella vita dell’uomo fissandolo nell’inconscio collettivo dell’umanità attraverso simboli, divinità, miti, leggende, luoghi sacri e figure misteriose.                            SEGUE...

SEGUITO...

Il tempo, ambiguo e ambivalente, nel suo “passare” riesce a rendere contemporaneamente dolce e amara, addirittura velenosa quell’acqua origine di vita che è, come abbiamo visto, sua stessa origine. E’ sempre Eraclito che sostiene che “non ci si può bagnare 2 volte nello stesso fiume” poiché “tutto si trasforma”, "tutto si muove e nulla sta fermo", ”il “panta rei” (tutto scorre) che Platone nel “Cratilo” attribuisce al filosofo efesino, quindi la stessa (uguale a se stessa) acqua può passare solo una volta sotto i ponti, proprio come il tempo per noi: non vi sono 2 vite uguali per noi.

Se avrà ragione Pitagora, potremo vivere un’altra vita reincarnati, magari in un cane come recita una breve lirica di Senofane su di lui, ma mai la stessa vita.

Il tempo viene percepito mettendo in sequenza i momenti (“passi”) della memoria della nostra soggettività personale o collettiva, senza questa coscienza soggettiva il tempo non esisterebbe o, perlomeno, non ne è stata dimostrata l’esistenza oggettiva attraverso una equazione come per lo spazio. Il tempo resta il principale mistero della fisica contemporanea e il nostro poeta è convinto che esso rimarrà tale fino alla “fine dei tempi”, come vedremo. Dice Tommaso: “L’acqua del diluvio universale coprendo tutto lo spazio della terra, per punizione di Dio, avrebbe dovuto determinare “la fine dei tempi” ma una “soggettività galleggiante” nel guscio dell’Arca (Noè, la sua famiglia, la fauna e la flora) impedì che il tempo si fermasse definitivamente. Già un altro diluvio, quello dell’epopea di Gilgamesh, così come in decine di altri diluvi di tutte le civiltà e culture, non era riuscito a fermare il tempo, era sopravissuto il vecchio re Utnapishtim, sua moglie, animali e piante proprio come nel diluvio biblico di Noè, a Utnapishtim si rivolge Gilgamesh per trovare la pianta dell’immortalità, dell’eternità da donare al suo popolo ma le divinità dispongono che questa pianta appena ritrovata venga persa per sempre e il mistero del tempo eterno rimanga tale fino ai nostri giorni. Accontentiamoci di uno dei tanti finali del mito, quello in cui Gilgamesh scende agli inferi per interrogare l’amico Enkidu, prematuramente scomparso, circa il mistero dell’immortalità il quale gli svela che è la prole ad assicurare l’immortalità all’uomo”.

Il nostro poeta, dopo aver posto in forma cantilenante ed assiomatica suggestioni, idee, concetti circa il tempo e l’acqua, passa a una forma discorsiva, sintetica eppur piena di suggestioni poetico scientifiche, e qui pone la domanda che lo assilla all’amico Fausto un “ti estì” (“che cos’è”) socratico: “che cos’è il tempo?”, e lo fa attraverso il metodo del dialogo proprio di Socrate per ricercare verità e senso delle cose.

Prima di fare la fatidica domanda con un verso molto bello, che rende ancora di più nel dialetto, specifica la posizione, per così dire, “privilegiata” dell’amico che è cullato amorevolmente, come da madre premurosa, dall’acqua del suo mare che dona riposo alle sue ceneri e lo sospinge dolcemente fino a fargli raggiungere le sponde del tempo infinito, “eterno”.

Da quel punto di vista dove il tempo si annulla nell’eternità, tempo che per Lui non scorre più (uomo senza più tempo), in cui passato, presente e futuro sono una cosa sola, compresenti per sempre, Lui può vedere il tempo chiaro e netto e conoscerne il mistero a differenza di noi prigionieri della materia (che ottunde spirito e intelletto?).

Mi spiega il poeta: "la scomparsa del tempo come lo conosciamo noi in un tempo eternamente compresente è una delle descrizioni che emergono, non provate, nell’ambito della fisica statistica e della termodinamica, ma già Einstain in una lettera alla sorella del suo grande amico italiano Michele Bresso appena scomparso scrive: “Michele è partito da questo strano mondo un poco prima di me. Questo non significa nulla. Le persone come noi, che credono nella fisica, sanno che la distinzione fra passato, presente e futuro non è altro che una persistente, cocciuta illusione”.

La risposta dell’Amico è densa di sentimento, di nostalgia, di ricordo, di poesia, di filosofia e di visione. Ecco come risponde alla domanda che tormenta il poeta: chiamandolo affettuosamente come erano soliti chiamarsi, “me frai”, Fausto non risponde al merito della domanda, non svela il mistero del tempo e invita l’amico a cercare da solo “la risposta” dicendogli che Lui, nelle ore trascorse insieme quel lunedì pomeriggio di sei anni fa prima che ci lasciasse per sempre, gli aveva indicato la strada della ricerca attraverso il ricordo del tempo trascorso insieme nella loro vita e lo rimprovera di essersene quasi dimenticato. Tommaso, non senza commozione, ricorda fin troppo bene quei momenti in cui lui, logorroico senza limiti, tacque limitandosi a brevi interlocuzioni per poi scoppiare a piangere appena andato via a sera inoltrata conscio che quelle parole erano parole di addio, aveva capito che l’Amico gli aveva parlato del loro tempo attraverso la soggettività del ricordo e che non vi era altro tempo che quello del ricordo, questa era la strada che gli indicava Fausto.

Fausto  continua dicendogli che ora può solamente rispondergli con parole di poeta e, nella prima metafora, parafrasando Baudelaire, paragona il tempo a un fiore poco conosciuto, poco conosciuto anche per la scienza oltre che per la filosofia, tempo/fiore ambivalente, del male e del bene, nella seconda metafora paragona il tempo ad acqua di “vena”, di fonte, di sorgente, tempo/acqua che appaga la nostra sete di vita ma che sfugge come il tempo, “tempus fugit”, velocemente dalle nostre mani giunte a coppetta per bere più agevolmente, come fanno i bambini. Inoltre, a conferma, la fonte di Fausto da cui sgorgava l’acqua della sua vita è inaridita prematuramente, in fretta, troppo in fretta.

Fausto termina il dialogo con un’esortazione, quasi un ordine, e un augurio all’amico ma non vuol rispondere, non vuole svelare il mistero del tempo, vedremo poi perché, con quel “tu cerca sempre” indica all’amico che il senso della vita è nella ricerca più che nella risposta alla sue domande, d'altronde è Socrate, filosofo caro al poeta, che sostiene che “Una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta” (Platone - Apologia). Poi lo esorta: “Meravigliati di tutto”, guarda il mondo con candido stupore, con curiosità ed è ancora Socrate a sostenere “Essere pieno di meraviglia: la filosofia non ha altro cominciamento che questo” (Platone – Teeteto), anche Aristotele afferma: “Infatti gli uomini hanno iniziato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia” (Aristotele – Metafisica). Insomma Fausto invita l’amico a cercare verità e senso delle cose, a imparare sempre, a pensare senza fermarsi mai, addirittura ad “indagare il mistero senza fine”, mistero che di per se non può essere svelato, svelare il mistero è un ossimoro, poi un “mistero senza fine” è un mistero assoluto e che i misteri non possano essere svelati è convinzione del poeta ma è altrettanto suo convincimento che debbano essere indagati; ci soccorre ancora Einstain con una sua frase: “la cosa più bella con cui possiamo entrare in contatto è il mistero è la sorgente di tutta la vera arte e di tutta la vera scienza”.

Un giorno Tommaso, durante una delle nostre discussioni, mi disse: “hai mai letto l’Apocalisse di Giovanni?”, “no, mai”, “male, male, vedi a un certo punto l’Angelo dice: “perché ti meravigli?, io ti descriverò il mistero della donna e della bestia …” (Ap.17.7.) ma poi parla, parla a lungo ma non ci svela niente, anzi aggiunge mistero a mistero, tutto l’Apocalisse è una montagna di misteri, e dire che Apocalisse vuol dire “togliere il velo, rivelare, rivelazione”. Perché l’Angelo non ci svela alcun mistero? Te lo dico io, mi disse, perché teme per noi, teme per la nostra vita, rivelandoci il mistero ci ucciderebbe, chi conosce la verità del mistero non è più tra noi perchè è "nell'aldilà", ma io cercherò lo stesso di indagare il mistero, sempre. E’ molto vero quel che ci insegna il Maestro dei Maestri che “La vita senza ricerca non vale la pena di essere vissuta”, ricerca di verità e di senso è il fine ultimo, Mistero, Meraviglia e Mito testimoniano le potenzialità spirituali dell’uomo e sono il motore che induce al pensiero, alla filosofia, alla scienza e all’arte, questo ci indicano grandi pensatori come Socrate, Platone, Aristotele, Einstein e Campbel …, i veri misteri saranno indagati ma non svelati e, come per il mito, la verità del mistero è il mistero stesso, credimi”. Così parlò Tommaso.

Ricordandomi delle sue parole ho compreso perché Fausto non gli svela il mistero del tempo, teme per lui, teme per la sua vita come l’Angelo e così Fausto si affretta a chiudere il dialogo ancora con le parole dall’Apocalisse, stavolta non più dell’Angelo ma di Dio: “Io sono l’Alfa e l’Omega, il Principio e la Fine. A colui che ha sete io darò gratuitamente da bere alla fonte dell’acqua della vita”(Ap.21.6) e infatti lo esorta e gli augura: “bevi àncū l ’àiga da vitta” tu che puoi e hai sete di vita e di conoscenza.

La poesia inizia e finisce con l’acqua, “Io sono il principio e la fine” sembra suggerirci il poeta, in mezzo vi fioriscono suggestioni, sentimenti, emozioni, concetti, idee, nozioni, riflessioni e pensieri palesi o evocati da ogni frase, da ogni parola, mai messi a caso ma profondamente pensati per dare forza di lingua a quel dialetto tanto caro, succhiato col latte materno o, se volete, bevuto avidamente alla fontana dell’acqua di Burlettu.

ciao        Ambron

PREMONIZIONI

"Al nome Grecia

 

l'uomo colto europeo

 

subito si sente in patria"

 

 

 Georg Wilhelm Friedrich Hegel

 

 

... ALLA FACCIA DEL BICARBONATO !

I GRECI VINCONO ANCORA

I GRECI VINCONO A MARATONA, RESISTONO ALLE TERMOPILI FINO AL TRADIMENTO, POI VINCONO A SALAMINA, A PLATEA, A MICALE, AD ATENE, NEL PELOPONNESO, NELLE ISOLE E IN TUTTA LA GRECIA CON OLTRE IL 61%: E’ UN DATO DI FATTO.

I BARBARI NON VENGONO PIU’ DA EST, DALLA MEDIA, DALLA PERSIA VENGONO DA NORD SI CHIAMANO GERMANI, GALLI, ITALICI, ALBIONICI, FINNICI, SLAVI COMBATTONO CONTRO LA DEMOCRAZIA DEI POPOLI CON LE ARMI LETALI DEL POTERE ECONOMICO, DELLA FINANZA, DELL’ARBITRIO, DELL’AUTORITARISMO FUORI DA OGNI LEGALITA’ DELL’ UNIONE, O I POPOLI D’EUROPA SI RIBELLANO E L’EUROPA RITORNA AI PRINCIPI DEI PADRI FONDATORI (FEDERALISMO E DEMOCRAZIA CONTRO TECNOCRAZIA E POPULISMO) O L’EUROPA E’ MORTA DOMENICA 5 LUGLIO 2015. SENTO TINTINNAR DI SCIABOLE, NON SI ESCLUDONO GUERRE QUA’ E LA’. ALLARME DEMOCRATICI !!!

 

continuazione alcuni giorni dopo

 

MINACCIANDO LA SOSPENSIONE DELLA GRECIA DALL’EUROZONA, ILLEGALMENTE RISPETTO ALLE STESSE NORME DELL’U.E., LE CANCELLERIE IMPONGONO IL LORO DIKTAT ECONOMICO/SOCIALE AI GRECI, OLIGARCHI SENZA MANDATO DEMOCRATICO DISTRUGGONO L’EUROPA UNITA, O I POPOLI DEMOCRATICI SI RIBELLANO E IMPONGONO UN’INVERSIONE DI MARCIA O L’EUROPA, MORTA IL 5 LUGLIO 2015, E’ STATA SEPPELLITA DEFINITIVAMENTE IL 13 LUGLIO INDIPENDENTEMENTE DAL VOTO DEL PARLAMENTO GRECO DEL 16 LUGLIO. NON LASCIATEVI INGANNARE DALL’EUROPA ZOMBI CHE VI FARANNO VEDERE IN TELEVISIONE SOPRAVVIVERE, RANTOLANDO, A SE STESSA. 

IL VULNUS PERPRETATO CONTRO LA GRECIA E’ UN VULNUS ALLA DEMOCRAZIA DEI POPOLI EUROPEI, DEGLI STATI EUROPEI E, PERFINO DELLA COMMISSIONE E E DELLE ISTITUZIONI EUROPEE E NON RESTERA’ SENZA CONSEGUENZE, O RIBELLIONE DEMOCRATICA, PACIFICA, NON VIOLENTA E NUOVO INIZIO O PENOSA DECADENZA DELL’EUROPA FINO AL DISFACIMENTO ALL’OMBRA DEI DIKTAT DEI TECNOCRATI SOPRATTUTTO TEDESCHI. LA SECONDA IPOTESI E’ LA PIU PROBABILE POICHE’ NON SI VEDONO UOMINI ALL’ALTEZZA DI ADENAUER, CHURCHILL, DE GASPERI, SCHUMAN, SPAAK, SPINELLI MA SOLO MEZZI UOMINI, OMINICCHI E QUAQUARAQUÀ.

u luvu

25 APRILE - BELLA CIAO

25 APRILE - FISCHIA IL VENTO

25 APRILE - SUI MONTI DI SARZANA

LUIGI TENCO - UN GIORNO DOPO L'ALTRO

LUIGI TENCO - LONTANO LONTANO

LUIGI TENCO - VEDRAI VEDRAI

 

 

 

 

PERCHE’ MARX

 

COME RACCONTO NELL’ARTICOLO "SOSTIENE BELLISSIMA" CHE SEGUE QUESTA RICERCA SULLA LIBERTA’ IN MARX NON HO MAI SMESSO DI RICERCARE VERITA’ E SENSO IN TUTTE LE "COSE" E QUESTA RICERCA CHE HO FATTO NEL '71/'72 DUE ANNI DOPO IL FILMATO DI BELLISSIMA TESTIMONIA QUELLE AFFERMAZIONI. LA RICERCA ERA RICHIESTA, ARGOMENTO A MIA SCELTA, PER L’ESAME DI FILOSOFIA TEORETICA TENUTO CON L’ULTRA CONSERVATORE PROFESSOR MICHELE FEDERICO SCIACCA (MARCHESE DI SCILLA E CARIDDI?) SPIRITUALISTA ROSMINIANO, AMICO DEL DITTATORE SPAGNOLO FRANCISCO FRANCO E DEI “GORILLA” BRASILIANI GENERALI DITTATORI DELL’EPOCA, MI VOLEVA DARE 30 E LODE MA IL SUO ASSISTENTE LO DISSUASE, “NON SI PUO’ DARE 30 E LODE AD UN MARXISTA” E IO NON SONO MARXISTA MA SOLO MARXIANO, MI DIEDE 30, PROBABILMENTE NON AVEVA CAPITO NULLA DI QUELLO CHE AVEVO SCRITTO SU MARX E FECE FINTA DI NIENTE, LO RICORDO CON PIACERE CON UNA SUA CITAZIONE DA "Atto ed essere": « La filosofia non asciuga lacrime né dispensa sorrisi, ma dice la sua parola sulla "verità" delle lacrime e dei sorrisi». DECIDO OGGI DI PUBBLICARE QUELLA TESINA GIOVANILE, ANCHE SE PENSO CHE NON ABBIA ALCUN VALORE PARTICOLARE E IO STESSO STENTO A CAPIRE L’INTIMO SENSO DI ALCUNI PASSI SE MAI L’HANNO AVUTO, PERCHE’ MARX “STA TORNANDO DI MODA” COME LE CRISI GLOBALI SEMPRE PIU’ FREQUENTI DEL CAPITALISMO CI STANNO DIMOSTRANDO, PERCHE’ COME DICE JAQUES DERIDDA, UNO DEI MAGGIORI FILOSOFI DEL SECOLO SCORSO, NON SI PUO’ PRESCINDERE DAL LEGGERE E RILEGGERE MARX: “NON SENZA MARX, NESSUN AVVENIRE SENZA MARX, SENZA LA MEMORIA E L’EREDITA’ DI MARX; E COMUNQUE DI UN CERTO MARX, DEL SUO GENIO, DI UNO ALMENO DEI SUOI SPIRITI”, PERCHE’ I MANOSCRITTI DEL 1844, CHE COSTITUISCONO L’ASSE CENTRALE DELLA MIA RICERCA DI DI 42 ANNI FA, SONO STATI PUBBLICATI SOLAMENTE NEL 1932 DAL M.E.G.A. (ISTITUTO MARX-ENGELS SOVIETICO) COSICCHE’ NESSUNO LI LESSE PER QUASI 90 ANNI E NE LABRIOLA, NE LENIN, NE GRAMSCI POTERONO RAGIONARCI SOPRA, SOLO GYÖRGY LUKÁCS FRA I MAGGIORI MARXISTI DEL SECOLO SCORSO POTE’ CONOSCERLI IN EPOCA TARDA, INFINE LI PUBBLICO PERCHE’ FRA POCHI GIORNI E’ L’ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI MARX AVVENUTA A LONDRA IL 14 MARZO 1883 MA ANCHE DELLA SUA NASCITA AVVENUTA A TREVIRI IL 5 MAGGIO 1818.

 

PRIMA DELLA MIA RICERCA VOGLIO PUBBLICARE IL DISCORSO FUNEBRE PRONUNCIATO DA FRIEDRICH ENGELS, AMICO E COLLABORATORE DI MARX, MAI ABBASTANZA APPREZZATO PER IL CONTRIBUTO DATO ALLA "CAUSA E ALLA SCIENZA" DEL PROLETARIATO.

 

Sulla tomba di Marx

 

Friedrich Engels. Discorso pronunciato al cimitero di Highgate (Londra) il 17 marzo 1883, pubblicato sul “Sozialdemokrat” di Zurigo, n. 13, il 22/03/1883

 

Il 14 marzo, alle due e quarantacinque pomeridiane, ha cessato di pensare la più grande mente dell'epoca nostra. L'avevamo lasciato solo da appena due minuti e al nostro ritorno l'abbiamo trovato tranquillamente addormentato nella sua poltrona, ma addormentato per sempre.

Non è possibile misurare la gravità della perdita che questa morte rappresenta per il proletariato militante d'Europa e d'America, nonché per la scienza storica. Non si tarderà a sentire il vuoto lasciato dalla scomparsa di questo titano.

Così come Darwin ha scoperto la legge dello sviluppo della natura organica, Marx ha scoperto la legge dello sviluppo della storia umana e cioè il fatto elementare, finora nascosto sotto l'orpello ideologico, che gli uomini devono innanzi tutto mangiare, bere, avere un tetto e vestirsi prima di occuparsi di politica, di scienza, d'arte, di religione, ecc.; e che, per conseguenza, la produzione dei mezzi materiali immediati di esistenza e, con essa, il grado di sviluppo economico di un popolo e di un'epoca in ogni momento determinato costituiscono la base sulla quale si sviluppano le istituzioni statali, le concezioni giuridiche, l'arte ed anche le idee religiose degli uomini, e partendo dalla quale esse devono venir spiegate, e non inversamente, come si era fatto finora.

Ma non è tutto. Marx ha anche scoperto la legge peculiare dello sviluppo del moderno modo di produzione capitalistico e della società borghese da esso generata. La scoperta del plusvalore ha subitamente gettato un fascio di luce nell'oscurità in cui brancolavano prima, in tutte le loro ricerche, tanto gli economisti borghesi che i critici socialisti.

Due scoperte simili sarebbero più che sufficienti a riempire tutta una vita. Fortunato chi avesse avuto la sorte di farne anche una sola. Ma in ognuno dei campi in cui Marx ha svolto le sue ricerche – e questi campi furono molti e nessuno fu toccato da lui in modo superficiale – in ognuno di questi campi, compreso quello delle matematiche, egli ha fatto delle scoperte originali.

Tale era lo scienziato. Ma lo scienziato non era neppure la metà di Marx. Per lui la scienza era una forza motrice della storia, una forza rivoluzionaria. Per quanto grande fosse la gioia che gli dava ogni scoperta in una qualunque disciplina teorica, e di cui non si vedeva forse ancora l'applicazione pratica, una gioia ben diversa gli dava ogni innovazione che determinasse un cambiamento rivoluzionario immediato nell'industria e, in generale, nello sviluppo storico. Così egli seguiva in tutti i particolari le scoperte nel campo dell'elettricità e, ancora in questi ultimi tempi, quelle di Marcello Deprez (Fisico francese che fece i primi tentativi di trasmissione dell'energia a distanza).

Perché Marx era prima di tutto un rivoluzionario. Contribuire in un modo o nell'altro all'abbattimento della società capitalistica e delle istituzioni statali che essa ha creato contribuire all'emancipazione del proletariato moderno al quale Egli, per primo, aveva dato la coscienza della propria situazione e dei propri bisogni, la coscienza delle condizioni della propria liberazione: questa era la sua reale vocazione. La lotta era il suo elemento. Ed ha combattuto con una passione, con una tenacia e con un successo come pochi hanno combattuto. La prima Rheinische Zeitung nel 1842, il Vorwärts di Parigi nel 1844, la Deutsche Brüsseler Zeitung nel 1847, la Neue Rheinische Zeitung nel 1848-49, la New York Tribune dal 1852 al 1861 e, inoltre, i numerosi opuscoli di propaganda, il lavoro a Parigi, a Bruxelles, a Londra, il tutto coronato dalla grande "Associazione Internazionale degli Operai", ecco un altro risultato di cui colui che lo ha raggiunto potrebbe esser fiero anche se non avesse fatto niente altro.

Marx era perciò l'uomo più odiato e calunniato del suo tempo. I governi, assoluti e repubblicani, lo espulsero; i borghesi, conservatori e democratici radicali, lo coprirono a gara di calunnie. Egli sdegnò tutte queste miserie, non prestò loro nessuna attenzione e non rispose se non in caso di estrema necessità. È morto venerato, amato, rimpianto da milioni di compagni di lavoro rivoluzionari in Europa e in America, dalle miniere siberiane sino alla California. E posso aggiungere, senza timore: poteva avere molti avversari, ma nessun nemico personale.

Il suo nome vivrà nei secoli, e così la sua opera!

 

 

ALCUNE FRASI SPARSE DI KARL MARX

 

“IO NON SONO MARXISTA”

 

“SONO LE CONDIZIONI MATERIALI DELL’ESISTENZA UMANA CHE DETERMINANO LA COSCIENZA E NON IL CONTRARIO”

 

“I FILOSOFI HANNO SOLTANTO DIVERSAMENTE INTERPRETATO IL MONDO; SI TRATTA DI TRASFORMARLO”

 

 

 

PROLETARI DI TUTTO IL MONDO UNITEVI ! 

E' SCRITTO SULLA TOMBA DI KARL MARX NEL CIMITERO DI HIGHGATE A LONDRA

 

 

   

La libertà come libertà dal bisogno in Carlo Marx

 

Università degli Studi di Genova   - Facoltà di Magistero - Ricerca di lupi Tommaso anno 1971/72

 

INDICE:

Introduzione – Marx e le concezioni borghesi della società.

Parte I- Il concetto liberale della libertà in Kant.

Parte II – Marx e la metafisica della libertà in Hegel.

Parte III – Marx e la libertà.

 

 "Questo comunismo, in quanto nega la personalità dell'uomo ovunque, è soltanto l'espressione della proprietà privata, che è tale negazione. L'invidia generale che diventa una forza, è soltanto la forma nascosta in cui la cupidità si stabilisce e si soddisfa in un'altra guisa: il pensiero di proprietà privata come tale si stravolge, almeno contro la proprietà privata più ricca, in invidie e brama di livellamento, cosicché queste ultime costituiscono persino l'essenza della concorrenza. Il comunista rozzo è solo il perfezionamento di questa invidia e di questo livellamento da un minimo immaginato.  Esso ha una misura determinata, limitata. Quanto poco questa soppressione della proprietà privata sia una reale appropriazione lo prova precisamente l'astratta negazione di tutto il mondo della cultura e della civiltà, il ritorno alla innaturale semplicità dell'uomo povero e senza bisogni, che non ha ancora sorpassato la proprietà privata, che anzi non è ancora pervenuto alla medesima.” (1)

Karl Marx - Manoscritti Economico Filosofici del 1844.

 

 

 

Introduzione - Marx e le concezioni borghesi della società.

Marx, nei suoi primi studi, deve affrontare la questione della libertà dell'individuo nella società, affrontare cioè il concetto liberale formulato da Kant e la metafisica della libertà di Hegel. Queste due forme concettuali appaiono a Marx come espressioni storicamente determinate entro i limiti di una data realtà politica e sociale. Il carattere astratto e i limiti delle due forme concettuali, di Kant ed Hegel, dovevano essere superati ed è perciò opportuno vedere come Marx analizzasse queste due concezioni borghesi della libertà per capire l'originalità del suo scopo politico.

 

Parte 1ͣ - Il concetto liberale della libertà in Kant.

Per Kant la libertà è l'obiettivo della ricerca della felicità da parte dell'individuo, che è limitata soltanto dall'ugualmente legittima ricerca di un altro individuo. "Nessuno può costringermi (finché tiene in considerazione il benessere di un'altra persona) ad essere felice a suo modo, ma ognuno deve cercare la propria felicità nel modo che gli si adatta, perché egli permette ad un altro la libertà di perseguire un simile scopo; è perciò possibile formulare una legge universale per la libertà di tutti che non interferisca con la libertà di ognuno”. (2) Questo concetto si rivela riduttivo nella considerazione verso il proprio simile al quale si riferisce in modo negativo e lo considera un ostacolo inevitabile, regolato da leggi, al soddisfacimento dei suoi voleri di individuo. Di qui ne deriva che se l'antagonismo fra individui, regolato nello Stato da un complesso di leggi, è immodificabile e l'uomo vive un “antisociale esistenza sociale”, come pensavano Kant e Hobbes, allora non possiamo far altro che constatare la restrittività di questo rapporto tra gli uomini. Ma se pensiamo che questo antagonismo sia riferibile a una condizione storica particolare e non imputato alla natura, come per Hobbes, scambiando quello che era l'effetto della società capitalistica (homo lupus) con l'uomo in generale, naturale: allora possiamo pensare che questo stato di cose possa essere modificato radicalmente. Ed è questo che pensa Marx, al contrario di Rousseau, che già prima aveva individuato il carattere storico dell' ”uomo lupo” e che sperava di sfuggire la divisione mercantile del lavoro della società pre-capitalistica tornando indietro in un mondo naturale, rurale e contadino (teoria del buon selvaggio). Marx, al contrario, pensa ad un libero sviluppo, legato alla cooperazione umana, in cui ognuno dava al suo contributo di lavoro alla soddisfazione reciproca, per cui al posto di cercare la soluzione del problema in una “mitica età aurea”, disgregando i rapporti interumani raggiunti finora, egli preferisce superare questo tipo di rapporti universandoli e trasformandoli radicalmente.

 

Parte 2ͣ - Marx e la metafisica della libertà di Hegel.

I limiti dello Stato liberale Kantiano erano già stati criticati da Hegel, prima di Marx. Kant pensava la funzione dello Stato liberale come funzione “assistenziale” in cui l'individuo egoista, era costretto alla coesistenza pacifica; Hegel, come Marx, critica tutti i concetti liberali di libertà come “negatività e formalismo”: “ lo stato non è un'assemblea di persone in cui la libertà di tutti gli individui debba essere limitata. La libertà è compresa solo negativamente quando è rappresentata come se l'individuo nel suo rapporto con gli altri individui limiti così la sua libertà perché quella limitazione universale - la costrizione reciproca di tutti - possa assicurare un piccolo spazio di libertà per ognuno.” (3)

Hegel “ritiene che la libertà formale” sia quella “la cui sostanza è esterna se stessa”, per cui la sostanza della libertà è lo “Spirito”, ciò che “è oggettivo nello spirito vivente delle istituzioni del benessere comune e delle leggi”. Marx ritenne questa formulazione un avanzamento rispetto a quelle Kantiane. In Hegel il rapporto positivo fra simili, nello Stato diventa una semplice identificazione dello “Spirito soggettivo” di ogni individuo con lo “Spirito oggettivo” dello stato. Nella identificazione dialettica il rapporto fra individuo è stato, pur riconosciuti come enti indipendenti, rimane un nesso di dimensioni ideali. L'uomo vivente e la società vivente (“ stato necessario e razionale”) rimangono al di sotto di questa sfera elevata “di apparenza inconsistente”. Mentre il concetto liberale di libertà si basava sul rapporto reale fra individui ed esprimeva le restrizioni determinate dai voleri individuali nella società competitiva, per la Metafisica di Hegel l'uomo trova e può esercitare la libertà nella sfera ideale, non nei rapporti personali del lavoro quotidiano.

Hegel dice che “lo stato è la realtà in cui l'individuo ha la sua libertà”(4), ma lo “stato ideale” non è l'ambiente umano; nella reale società civile esso (lo stato) è il mondo della produzione, dello scambio, dell'industria e qui l'uomo deve cercare la sua libertà. Tanto il concetto liberale di libertà, quanto la concezione metafisica si basano su due astrazioni di fondo.

 

Parte 3ͣ - Marx e la libertà.

A Marx risulta evidente il carattere storico del primo concetto e il carattere illusorio del secondo di fronte alla realtà della società borghese. La libertà e l'uguaglianza garantiti dalle costituzioni democratico-borghesi come diritti dell'uomo erano un'espressione adeguata dei rapporti interpersonali in una società di mercato dove la condizione sociale per nessuno è fissata da privilegio di nascita, e ognuno come “possessore di merce” è libero di disporre ed è legato solo dai termini del contratto “liberamente sottoscritto”, ponendosi, così, in rapporto di eguaglianza con l'altro possessore di merci: questo è una falsità, perché abbiamo sotto i nostri occhi l'esempio di chi è costretto a vendere la propria forza-lavoro, alienandola. La capacità dell'uomo di avere un rapporto corretto, dialettico e creativo con la natura, cioè con se stesso come ente naturale, in quanto l'umano è la sua natura generica, per trasformarla secondo i suoi bisogni “materiali e spirituali”, ed essere a sua volta trasformato, è l'essenza umana. Se l'uomo è costretto, come è costretto, a vendere ciò che unicamente possiede, non merci, non la parte oggettiva del suo essere, ma la sua stessa capacità oggettiva, cioè la sua forza-lavoro, che viene “cosificata”, cioè ridotta al rango di cosa, merce, allora l'uguaglianza e la libertà sono false. L'uomo, costretto, rinunciando alla sua stessa capacità oggettiva, perde la sua umanità, aliena la sua essenza, e il rapporto che instaura con se stesso e con la natura come ente generico risulta forzato, “alienato”. “In questo rapporto generico-naturale il rapporto dell'uomo alla natura è immediatamente il suo rapporto all'altro uomo, come il rapporto dell'uomo all'uomo è immediatamente suo rapporto alla natura, la sua propria determinazione naturale. In questo rapporto appare, dunque, sensibilmente, e ridotto ad un fatto intuitivo, che, nell'uomo, l'essenza umana è divenuta natura, e che la natura è divenuta scienza dell'uomo. Da questo rapporto si può, dunque, giudicare ogni grado di civiltà dell'uomo. Dal carattere di questo rapporto consegue quanto l'uomo è divenuto e si è colto come ente generico, come uomo. Il rapporto dell'uomo alla donna e il rapporto più naturale tra dell'uomo all'uomo in esso si mostra, dunque, fino a che punto il comportamento naturale dell'uomo è diventato umano, ossia fino a che punto la sua umana essenza gli è diventata esistenza naturale, fino a che punto la sua umana natura gli è diventata naturale. In questo rapporto si mostra anche fino a che punto il bisogno dell'uomo è divenuto umano bisogno; fino a che punto, dunque, l'altro uomo come uomo è divenuto un bisogno per l'uomo e fino a che punto l'uomo, nella sua esistenza la più individuale, è ad un tempo comunità”. (5)

Il concetto liberale della libertà è povero perché attribuisce particolari interessi calcolati dell'uomo alla sua essenza, mentre per Marx è la proiezione, storicamente determinata, della società competitiva e può essere diversa per quanto riguarda il passato ed il futuro. ” Marx mostra la metafisica dello stato di Hegel come l'estraniazione complementare dell'idea di libertà già espressa dalla democrazia borghese nella Costituzione della Rivoluzione Francese”. (6)

La critica che Marx fa alla filosofia del diritto di Hegel si basa sul fatto che essa dava una spiegazione dello Stato democratico-borghese di cui Hegel considera la forma teoretica, ideologica; la superiorità del concetto hegeliano su quello liberale era la capacità di comprendere il rapporto dialettico dell'individuo con la società. Marx dice: ”E’ soprattutto necessario evitare di considerare la società ancora una volta come un'astrazione confrontata all'individuo. L'individuo è l'essere sociale. La manifestazione della sua vita - anche quando essa non appare direttamente in forma di manifestazione comune, realizzata in associazione - è perciò una manifestazione ed un'affermazione di vita sociale”. (7)

Hegel sbaglia, dice Marx, perché ci dà una visione astratta, idealistica dell'uomo, perché ce lo presenta come “spirito soggettivo e oggettivo” e mette da parte l'uomo concreto “il reale essere sensibile”, il quale, come cittadino, poteva immaginarsi unito dialetticamente con gli altri nella comunità, ma nella sua reale esistenza sensibile, egli non è libero, è isolato, soggetto a leggi estranee alla sua natura umana, può rapportarsi ai suoi simili solo negativamente. Marx scrive nel ‘43: ” lo Stato politico perfetto è per sua essenza la vita dell'uomo come specie, in opposizione alla sua vita materiale. Tutti i presupposti di questa vita egoistica continuano a sussistere al di fuori della sfera dello Stato nella società civile. La dove lo stato politico ha raggiunto il suo vero sviluppo, l'uomo conduce non soltanto nel pensiero, ma bensì nella realtà, nella vita, una doppia vita, una celeste ed una terrena, la vita nella comunità politica nella quale egli si afferma come essere sociale e la vita nella società civile nella quale agisce come uomo privato, che considera gli altri uomini come mezzo, e degrada se stesso a mezzo e diviene trastullo di forse estranee”. (8)

Continua la critica ad Hegel della “Filosofia del diritto” (Rechtsphilosophie): “L’uomo effettivo è prima riconosciuto nella forma di individui egoisti (non veri), il vero uomo, nella forma di cittadino astratto (non effettivo)”; ed infine: “solo quando l'uomo effettivo assorbe in sé stesso il cittadino astratto dello Stato e, come l'uomo individuale nella sua vita empirica, nel suo lavoro individuale, nei suoi rapporti individuali, è diventato essenza della specie, solo quando l'uomo ha riconosciuto e riorganizzato le sue forces propres come forze sociali, e perciò non separa più da se stesso la forza sociale nella forma di forza politica, solo allora l'emancipazione umana è completa.” (9)

Di qui sorge il problema di sviluppare la persona effettiva (non vera) della società civile, in una persona vera (conscia del suo rapporto dialettico con i suoi simili). L'uomo libero concreto è, per Marx, l'uomo che, nel suo lavoro individuale, è diventato “essere della specie”, quando non aliena più se stesso, le sue capacità e qualità umane in altri esseri umani od extraumani (Dio o il potere capitalista) ed ha un rapporto corretto con gli altri uomini e la materia. Solo quando tutto questo si sarà realizzato l'alienazione religiosa e lo stato scompariranno perché l'uomo sarà completo in se stesso, avrà realizzato la sua essenza, sarà umanizzato realmente. Nello “stato politico” una limitazione dell'uomo nei rapporti con gli altri uomini va mantenuta finché non è stata debellata la disuguaglianza nella possibilità di sviluppo dell'individuo, l'alienazione non è stata vinta e l'uomo può soddisfare i suoi bisogni reali. L’eliminazione della proprietà privata con i suoi privilegi è un passo verso lo sganciamento dell'uomo dalla soggezione verso i possessori di merce, ma non basta raggiungere il fine che è la libertà vera, reale: bisognerà ridurre il tempo di lavoro (non abolirlo) in modo che l'erogatore della forza lavoro, man mano disalienandosi, possa applicarsi serenamente volontariamente ai suoi compiti, possa produrre per soddisfare i bisogni di tutti, mentre il lavoro di tutti possa soddisfare i suoi propri bisogni e l'enorme aumento di tempo libero, restituito alla soddisfazione dei suoi bisogni “materiali e spirituali”, possa permettergli di costruirsi quella totalità umana che i tempi di lavoro subìti in dose massiccia gli hanno tolto. Finché l'essere umano trova il suo tramite, al soddisfacimento dei suoi bisogni, nel denaro e non nel suo diritto di uomo, finché i suoi rapporti con gli altri esseri umani verranno effettuati sulla base della quantità di denaro e non sulle doti che egli possiede, ed egli non diverrà “mediatore fra gli altri esseri umani e la sua specie”, finché non diverrà parte necessaria autocosciente e sensibile, per l'adempimento dell'essenza degli altri egli non sarà affermato nel loro pensiero come nel loro amore. Finché nell'espressione individuale di vita l'essere umano non avrà direttamente creato l'espressione di vita degli altri, la sua vera essenza, la sua essenza di specie realizzata non sarà confermata nella sua immediata attività individuale. Non si potrà parlare di quell'emancipazione umana di cui parla Marx, finché non si supererà la forma storicamente determinata dei rapporti di produzione della società mercantile capitalistica e finché il rapporto dell'uomo con l'uomo con la natura non sarà un rapporto positivo, gioioso, di amore, di soddisfazione reciproca dei bisogni, finché l'uomo non sarà stato creato per l'uomo, per avere con lui delle relazioni, ma esisterà per il denaro: ”la personificazione oggettivata della società”. Di qui il rapporto falsato fra uomo e uomo e la natura, non più corretto, che ha causato l'alienazione di “questa” umanità.

Libertà in Marx, se si può definire in poche parole, non è soltanto l'emancipazione dal bisogno bruto ma è soddisfacimento di bisogni intellettuali e materiali, anche di quelli di auto indotti dal dispiegarsi delle forze creative liberate dall'emancipazione, superamento delle alienazioni storicamente determinate in questa società, quindi corretto rapporto nel senso umano dell'uomo con se stesso nella duplice determinazione di umano ente generico ed ente naturale umanizzato, infine libertà in Marx è soddisfacimento del bisogno principale dell'uomo: realizzazione della sua essenza, cioè umanizzarsi reale.

Note:

1 - Karl Marx in Manoscritti economico filosofici del 1844 - Opere filosofiche giovanili - Editori Riuniti - Roma 1969

2 – I. Kant in Stato di diritto e società civile, Editori Riuniti, Roma 1995.

3 - I. Kant. in Stato di diritto e società civile, Editori Riuniti, Roma 1995.

4 - G. W. F. Hegel, in Lezioni sulla filosofia della storia. La Nuova Italia, Firenze, 1961. vol. I.

5 - Karl Marx in Manoscritti economico filosofici del 1844 - Opere filosofiche giovanili - Editori Riuniti - Roma 1969

6 - Erich Fromm in Umanesimo Socialista – Ed. Dedalo 1970

7 - Karl Marx in Manoscritti economico filosofici del 1844 - Opere filosofiche giovanili - Editori Riuniti - Roma 1969

8 - Karl Marx in Questione Ebraica

9 - Karl Marx in Questione Ebraica

che tempi ! ... quei tempi !

 

SOSTIENE BELLISSIMA

 

Poco più di quarantacinque anni fa, era il ’69, a Dolcedo Fabio Bellissima, sedicenne, girava come regista e produttore un filmato super-8 in bianco e nero, muto, di circa diciassette minuti con la collaborazione di alcuni amici nella veste di attori, il titolo “FINESTRE CHIUSE” compare all’inizio del filmato scritto con gessetto bianco su un cartoncino da disegno nero. Venerdì 19 settembre 2014, dopo un pressing asfissiante del sottoscritto che durava da molti anni,  Fabio ha riunito alcuni dei protagonisti e qualche amico nella casa di famiglia a Bellissimi, frazione di Dolcedo, per rivedere il filmato, qualcuno lo vedeva per la prima volta. Fabio era giunto in vespa col filmato appositamente da Siena dove risiede  da anni e dove insegna matematica e algebra come ordinario all’università. Dopo il liceo era partito per Milano e si era laureato in filosofia, poi a Siena per un’altra laurea in matematica, da li non si è più mosso se non per venire a Dolcedo delle sue zie e nella frazione Bellissimi nella sua casa di famiglia per curarne il restauro, per far ristrutturare il grande giardino e per far coltivare le campagne di ulivi, sua Madre, oggi quasi centenaria, lo ha seguito a Siena, è stata per molti anni la levatrice del paese e ci ha fatto nascere quasi tutti.

Anche la madre di Socrate, maestro dei maestri, era una levatrice, ma è solo un caso.

Fabio ha curato ed effettuato personalmente le riprese del film e il suo montaggio, che ha eseguito senza monitor con attrezzi rudimentali tagliando e incollando la pellicola guardando ogni singolo fotogramma in controluce per vedere il punto esatto dove operare, scelse anche la colonna sonora che era costituita da brani di Bach e Behetoven sincronizzati sorprendentemente con il pathos delle varie scene attraverso un registratore a nastro. A me Tommaso Lupi, che avevo appena superato i vent’anni, aveva affidato il compito di consulente psicologico (forse per il 30 e lode del mio primo esame di psicologia) e di attore protagonista, compito che eseguii con partecipazione attiva ai suoi ordini. Gli altri protagonisti in ordine di apparizione nei 5 episodi del filmato sono Bruno Maura, Lino Gandolfo, Gianni Verda, il busto marmoreo del prelato Don Giuseppe Bellissima, avo di Fabio, e il Cristo in croce entrambi nella piccola chiesetta di Bellissimi, poi Giuseppe Ascheri, Diego Rebuttato e Claudio Badano tutti reclutati fra gli amici o fra i compagni del liceo suoi coetanei ad  esclusione mia e di Giuseppe che avevamo 5 o 6 anni in più di tutti gli altri.

La struttura del film è articolata in 5 episodi in analessi (scene retrospettive o flashback) come ricordo del protagonista che, seduto in poltrona, legge sul diario 5 episodi della sua vita, episodi che ha scelto come significativi di una “morale” che costituisce la tesi di ogni blocco narrativo e del film stesso. La trama si snoda in ciascuno dei 5 episodi dopo che il protagonista ha letto un brano del diario e un primo piano del suo viso scuro che non tradisce nessuna impressione costituisce lo stacco necessario per rivivere e interrogare il passato.

La prima scena fa vedere una ragazza, Maura, che giunge da un viottolo di campagna con sottobraccio una bacinella di bucato appena lavato, Lino gli si fa incontro e dopo un abbraccio affettuoso solleva la ragazza dal peso della bacinella e si avvia abbracciato a lei fino al portico della chiesetta di S. Carlo dove si trova Gianni con la sua moto, la Vespa antica di Fabio, Maura lascia l’abbraccio di Lino strappandogli la bacinella di mano e si intrattiene con Gianni in atteggiamenti affettuosi abbandonando Lino che si allontana confuso, amareggiato, sconfitto e soccombente mentre è evidente la gioia degli altri due. La seconda scena mostra Lino e Gianni impegnati in una gara sportiva, una corsa in bicicletta per le strade non ancora asfaltate di Dolcedo per raggiungere la borgata San Paolo. Vince Gianni e soccombe Lino e anche qui è evidente l’amarezza dell’uno e la gioia dell’altro che tenta una timida consolazione che amplifica ancor più il dolore dello sconfitto.

Incredibile rivedere oggi il percorso della gara sulla strada non ancora  asfaltata, una donna che raccoglie le olive assieme ad altri contadini, una automobile di quell’epoca e un bambino, che ora avrà cinquant’anni, che tenta di infilarsi in un cappottino d’epoca.

Nei primi due episodi Gianni interpreta la parte del protagonista più giovane di 5 anni di Tommaso che entra in scena solo negli ultimi tre oltre che nella cornice narrativa.

Nella terza parte Tommaso si alza da letto all’alba, esce di casa e sulla strada, seduto sulla sua vecchia vespa, aspetta Giuseppe, appena egli arriva salgono sulla moto e si avviano tra una nuvola di fumo e di polvere verso la campagna. Giunti ad un sentiero nell’erba, tendono una trappola per conigli, poi si allontanano e si nascondono nell’erba alta, nell’attesa si fumano una sigaretta, poco dopo sentono che qualcosa è accaduto, accorrono verso la trappola e catturano il coniglio che vi era rimasto impigliato. Tommaso alza il trofeo tenendolo per le orecchie e il contrasto fra il coniglio terrorizzato e i due cacciatori felici per la preda catturata marca l’episodio dello stesso segno dei primi due: lo stato d’animo opposto tra vincenti e soccombenti. (Io che tenevo il coniglio per le orecchie sentivo il battito impazzito del suo povero cuore e dentro di me mi vergognavo e mi scusavo con lui. Dubito del suo perdono!).

Nel quarto episodio Tommaso si reca nella chiesetta di Bellissimi per cercare risposte al suo disagio, entrando immerge la mano nell’acquasantiera e si fa il segno della croce, si siede su una panca consultando un messale che dopo poco lascia cadere con una smorfia di disillusione, poi si alza e si ferma davanti al busto marmoreo del canonico Don Bellissima (l’avo di Fabio) che guarda inespressivo, appiattito perche illuminato e inquadrato frontalmente dal Regista, Tommaso girandosi volge il suo sguardo deluso verso un Cristo in croce anch’egli muto, nessuna espressione, nessun segno, nessuna risposta per le angosce, per il disagio che l'incomunicabilità, le incomprensioni, le competizioni e i conflitti del vivere pongono dolorosamente alla sua esistenza.

Nell’uscire immerge ancora la mano nell’acqua santa ma non si segna più lascia cadere il braccio lungo il fianco e se ne va, una smorfia di delusione scettica ed ironica segna la sua bocca mentre compie questo gesto.

L’ultimo episodio si conclude in tragedia, la competizione, la sfida, il gioco d’azzardo raggiungono l’apice della crisi nei soccombenti ma anche nei vincitori, nei dominanti. In una camera piena di fumo ad un tavolo da gioco Giuseppe e Tommaso si giocano grosse somme a poker, le mazzette di banconote in tagli da 10.000 lire cambiano di mano velocemente, i due giocatori fumano nervosamente e bevono whisky, in un angolo, seduto, Diego suona una chitarra e borbotta canzoni di De André e di Bob Dylan (noi le sentivamo anche se il film è muto), ad un certo punto Tommaso cala un poker e prende tutto il piatto, Giuseppe rovinato e sconfitto si alza ed esce. La scena successiva ci mostra Giuseppe che da dentro un portone uscendo improvvisamente in strada tenta il suicidio gettandosi sotto un’auto che sopraggiunge, il primo tentativo non riesce perché all’ultimo momento egli rinuncia a lanciarsi fuori, il secondo è letale Giuseppe si scaglia sotto un'altra auto che giunge improvvisa e viene sbalzato nella cunetta dove muore sul colpo, i suoi occhiali poco più in la a terra, dall’auto esce Claudio spaventato che corre verso il corpo esanime, successivamente accorrono altre persone e il corpo viene coperto con un lenzuolo bianco. La ripresa alterna l’inquadratura del corpo di Giuseppe sotto il lenzuolo e di Tommaso al tavolo da gioco mentre soddisfatto conta le mazzette di banconote della vincita, il contrasto non potrebbe essere più stridente. Per l’ultima volta viene inquadrato Tommaso seduto in poltrona che smette di leggere, chiude il diario, si alza, va alla finestra e getta uno sguardo fuori sulla lunga teoria di finestre chiuse del palazzone del vecchio Ospizio di San Giuseppe, finestre che si distinguono appena nello scuro del tramonto inoltrato, Tommaso chiude le persiane, indossa un giaccone, scende le scale, sul portone si accende una sigaretta, esce e si allontana sparendo nel buio.

Sul cartoncino nero scritto col gessetto bianco accanto al titolo compare la parola fine.

Fabio ha sempre avuto il sembiante e la sostanza della genialità, c’è da dire che nemmeno quella volta si è smentito, all’età di 16 anni e 5 anni dopo la tetralogia di Michelangelo Antonioni, tre film in bianco e nero “L’avventura”, “La notte”, “L’eclisse” e il quarto a colori “Deserto rosso”, tetralogia che affrontava i temi dell’incomunicabilità, dell’alienazione e del disagio esistenziale, i grandi mali propri del 900, un portato dell’organizzazione capitalistica del lavoro che determina anche l’organizzazione della società, Fabio affrontava gli stessi temi per analizzarli e sottoporli alla sua e alla nostra riflessione nella continua ricerca di verità e di senso che caratterizza ogni intellettuale, ogni uomo.

Nel breve filmato di Bellissima ritroviamo molti stilemi della filmografia di Antonioni e non solo il bianco e nero dei primi tre film ma anche alcuni finali dei suoi film con l’allontanamento, la scomparsa dei protagonisti (Anna dell’”Avventura”, Daria di Zabriskie Point, Giuliana di Deserto Rosso), ritroviamo la mancanza di risposte definitive e, soprattutto, come ci dice un critico di Antonioni, “il modo singolare di introdurre i personaggi attraverso il paesaggio (e il contrario), l’ utilizzazione della profondità di campo che ci porta immediatamente dentro la scena” nei sentimenti in crisi dei protagonisti, ritroviamo piani sequenza fissi in cui i personaggi entrano ed escono di scena e nascondono il movimento della macchina da presa, di Antonioni c’e anche il pessimismo angosciante che ci accompagna fino alla fine ed oltre la fine del film.

Tuttavia, ed è lì la grandezza del nostro Fabio, l’incomunicabilità, l’alienazione, che è alienazione di umanità, e il disagio esistenziale che ne consegue sono metastorici, non legati ad un’ epoca, ad esempio il 900 capitalistico e consumistico, ma sono stati esistenziali di ogni tempo, quindi universali.

La competizione amorosa tra Lino e Gianni per Maura è la competizione di ogni tempo, sembra ineliminabile nelle società umane, solo i Tobriandesi (abitanti delle isole Tobriand) fanno eccezione ci dice Malinowski l’antropologo che li ha studiati mandando in tilt le teorie freudiane, e solo la razionalizzazione del conflitto, che è dato culturale, potrebbe risolverlo in senso positivo senza lasciare sul terreno soccombenti afflitti e vincitori insensibili o angosciati dalla loro stessa vittoria ottenuta a scapito di altri esseri umani e contro di essi .

Basta la razionalizzazione del conflitto? Potremo mai farcene una ragione? Dovremmo rivolgere il pensiero ai danni prodotti dal lavorio dell’inconscio sul quale agiscono comunque i pregiudizi, le convenzioni e i tabù sociali.

La prima competizione amorosa della storia che conosciamo da una delle prime opere letterarie, l’Iliade, fu quella fra Menelao e Paride per Elena che generò una guerra rovinosa, Menelao giustificò quella guerra con la necessità di punire il tradimento dell’ospitalità perpetrato da Paride ai suoi danni e non invece per punire lo smacco subito dal tradimento di Elena che seguì Paride consensualmente, ma non v’è dubbio, poiché voleva recuperare anche il suo onore di soccombente nel duello amoroso, che fu quest’ultima la vera causa della guerra di Troia.

(O la vera causa fu quella per il controllo degli stretti e delle materie prime (grano, orzo, miglio, i primi minerali ferrosi) che giungevano in Grecia dal Mar Nero attraverso il Bosforo?.)

Le competizioni sportive nella Grecia antica, i Giochi Panellenici, i Giochi di Olimpia, quelli Attici, sospendevano le guerre in corso ma, parafrasando Carl von Clausewitz, “quelle competizioni sportive erano la continuazione della guerra con altri mezzi”, fortunatamente i giochi erano meno cruenti della guerra ma non del tutto indolori, anche oggi le competizioni sportive sono esibizioni muscolari, di forza, di destrezza per gli atleti; esibizioni di capacità organizzative, di supremazia tecnologica e biomedica degli stati partecipanti o organizzatori e, spesso, riflettono il livello della loro potenza economica, produttiva e militare.

Inoltre ieri come oggi i vincitori di gare olimpiche o mondiali non gareggiavano solo per la gloria e il prestigio, ieri ricevevano anche premi in natura e in denaro e ad Atene venivano nutriti nel Pritaneo a spese dello stato fino a quando rimanevano campioni in carica, oggi, oltre che per i grossi premi in denaro, li ricordiamo per lucrosi spot pubblicitari, come dimenticarsi la grip (“La potenza senza il controllo è niente”) dei piedi “pneumatizzati” Pirelli di Carl Lewis, il figlio del vento, atleta inarrivabile che, peraltro, nessuno dell’ultima generazione ricorda chi fosse, e come dimenticare gli spot di Federica Pellegrini sulla bolletta energetica e sullo shampoo, fra qualche anno anche di lei si perderà memoria ma tutti ricorderanno per molti anni ancora Dracula, Gengis Khan e Nerone negli spot alle prese con un famoso dentifricio.

I perdenti non perdono solo la gara, perdono somme favolose ma il ricordo di loro svanirà terminata la gara come succederà anche ai campioni, solo un poco più tardi.

Nessuno ricorda più i nomi dei secondi, dei terzi e tantomeno di quelli che seguono, mai detto fu più falso di quello decoubertiniano che sosteneva che “l’importante è partecipare” ad una competizione se tale partecipazione ha come obiettivo la vittoria e la competizione è organizzata in funzione di quella (vertice delle graduatorie, medaglie d’oro, gloria e fama). Chi non arriva primo deve essere forte ed elaborare (razionalizzare) la sconfitta e la frustrazione conseguente pena la tristezza, l’infelicità, il disagio e, talvolta, perfino la depressione. Questi stati perturbati, con diversa gradazione e  intensità, possono scaturire anche da gare innocenti come quella dei due amici Lino e Gianni, specialmente se le sconfitte nella vita sono reiterate.

Il terzo episodio del filmato introduce nuovi elementi di riflessione ma anche delle continuità con i precedenti due, la caccia è una competizione impari, se il Coniglio non fosse finito nella trappola difficilmente sarebbe sfuggito al fucile di Tommaso, nella caccia vi è sopraffazione, distruzione della Natura nel tempo in cui non è più necessario procurarsi proteine con questo metodo, inoltre la caccia è sempre stato un esercizio preparatorio alla guerra, ce lo ricordava per primo 24 secoli fa Senofonte nella “Ciropedia” (“L’educazione di Ciro” il Grande, il fondatore dell’impero persiano) e dopo di lui questa opinione divenne senso comune.

Tommaso e Giuseppe ingaggiano qui la competizione con un Coniglio non con un altro essere umano e qui Fabio con un’ anticipata sensibilità naturalistica e ambientalista eleva l’angoscia e il terrore del Coniglio soccombente all’altezza degli stati d’animo, i medesimi, degli altri protagonisti umani del filmato.

Chissà se nella caccia moderna possiamo ancora inquadrare la competizione tra l’uomo e la preda nel concetto di “selezione naturale” di darviniana memoria.

Non c’è rapporto, comunicazione, tra natura e uomo se non rapporto di dominio dell’uno sull’altra che, pur soccombendo, si “vendica” trascinando con se anche l’uomo in un comune destino, un esempio per tutti, le violenze al territorio provocano  lutti e danni, o no!.

Il rapporto dell’uomo con la natura è il rapporto dell’uomo con se stesso come ente generico naturale (K. Marx “Manoscritti economico filosofici del ’44”) e quando l’uomo violenta la natura aliena se stesso, la sua stessa naturalità, la sua stessa natura.

Il fatto è che la competizione in tutte le sue forme, la dove si esplica, produce vincitori e vinti, dominanti e soccombenti e se per questi ultimi non è certo una festa nemmeno per i primi, alla lunga, si mette bene.

Tormentato e confuso Tommaso si reca in una chiesa (la piccola chiesa di Bellissimi a pochi metri dalla casa di Fabio) in cerca di risposte alle domande angosciose che il ricordo di quegli episodi gli pone. Cerca risposte nella parola della religione, il messale subito abbandonato, cerca nella memoria della tradizione, il busto muto del prelato avo di Fabio, nell’effige della divinità, quel Cristo silente appeso alla croce, ma mai un filmato muto fu più eloquente, nessuna risposta, il pessimismo raggiunge l’apice, ancora finestre chiuse. Non ci resta altro che affidarsi all’autonoma, coraggiosa, umana riflessione: la religione con i suoi dogmi non riesce a convincerci ne a consolarci, la tradizione che ha portato allo stato di cose presente non ci può aiutare, Dio, nella figura del Cristo crocifisso, laicamente, riconosce la legittima autonomia della realtà temporale dell’uomo, la sua libertà (libero arbitrio) e si rifiuta di darci risposte che potrebbero essere considerate imposizioni che ci priverebbero del dono della responsabilità, d'altronde attraverso il Figlio aveva già dato indicazioni positive come l’amore, la carità, la solidarietà verso il Creato e l’Uomo («Amerai il prossimo tuo come te stesso» (Lv 19,18) ecc. ecc.), indicazioni poco seguite anche dalla religione, dalle religioni.

Non ci sono scorciatoie, i problemi che il filmato pone rimangono li come macigni indigeribili così come l’ultimo episodio del film, estremo, tragico, disperante.

E’ il paradigma dell’incomunicabilità, dell’alienazione e del disagio all’ultimo stadio, Tommaso e Giuseppe sono amici, li abbiamo visti a caccia insieme, si vogliono bene nel film come nella vita reale, si giocano a carte grandi quantità di denaro in casa di uno dei due, fumano e bevono in apparente sintonia ascoltando un amico che suona e canticchia più per se che per loro presi dal gioco come sono, eppure Tommaso non si rende conto, non sa nulla dello stato d’animo dell’amico che nemmeno glielo comunica, è intento a raggiungere l’obiettivo di vincere attraverso l’alea del gioco d’azzardo e, quando la fortuna gli serve un poker, prende tutto il denaro dell’amico e attribuisce l’evidente disagio di Giuseppe alla sconfitta nel gioco, non alla sua rovina.

Giuseppe abbandona la stanza lasciando li Tommaso e Diego che lo osserva uscire con una palese espressione di preoccupata impotenza, giunto al portone della casa di Tommaso, vedendo l’avvicinarsi delle luci di un’auto, tenta di lanciarsi sotto di essa ma all’ultimo secondo si tira indietro, sarebbe bastato poco a fermarlo, solo se Tommaso avesse capito e gli avesse restituito la somma vinta, tutta o in parte, ma ciò non è accaduto e Giuseppe al secondo tentativo mette fine alla sua pena.

Claudio, che guidava l’auto investitrice, sconvolto accorre e vede il corpo di Giuseppe riverso nella cunetta, poco dopo il corpo viene ricoperto con un lenzuolo dalla gente accorsa sul luogo del suicidio. Le inquadrature alterne del corpo inerte di Giuseppe e di Tommaso che compiaciuto e soddisfatto conta il denaro ignaro della sorte dell’amico riassumono due destini determinati da una assurda competizione, dalla mancanza di comunicazione, dall’insensibilità, dall’avidità e dall’egoismo: uno perde la vita l’altro aliena la sua umanità e, quando saprà della sorte dell’amico, il rimorso non gli darà tregua aumentando il suo disagio di vivere a cui nemmeno la religione e la fede han dato ristoro.                    continua ...

 ... continuazione

“E’ la competizione bellezza, e tu non puoi farci niente, niente” potremmo dire parafrasando Humphrey Bogart che lo disse a proposito della Stampa nel film “Deadline” (“L’ultima minaccia” – 1952). Ma è proprio così? Non possiamo farci niente?.

“Competition is competition” disse tanto tempo fa Romano Prodi a proposito della competizione politica, potremmo attribuire questa frase, come abbiamo già ricordato a proposito della “selezione naturale”, a Darwin, ma c’è chi dice che “la competizione darwiniana non ha nulla a che vedere con la declinazione antropica (l’effettiva pratica umana) del termine”, infatti non fu lui ad applicare la teoria della selezione naturale alla società, il cosiddetto darvinismo sociale, ma fu Herbert Spencer con la famosa frase “lotta per la sopravvivenza” o “lotta per la vita e la morte” coniata prima che Darwin pubblicasse “l’evoluzione della specie”, l’equivoco è sorto allorché Spencer adoperò l’espressione “sopravvivenza del più adatto” adottata poi anche da Darwin come esplicativa del concetto di “selezione naturale”.

Dunque è Spencer che sostiene che la regola delle comunità umane sia la competizione, la lotta per la vita e la morte e chi non ce la fa è giusto che soccomba.

“Competition is competition” (“À la guerre comme à la guerre”), “E’ la competizione bellezza, e tu non puoi farci niente, niente”.

E’ agghiacciante il passo in cui Spencer illustra la bontà e la giustezza della selezione sociale: "Può sembrare inclemente che un lavoratore reso inabile dalla malattia alla competizione con i suoi simili, debba sopportare il peso delle privazioni. Può sembrare inclemente che una vedova o un orfano debbano essere lasciati alla lotta per la sopravvivenza [struggle for life and death]. Ciò nonostante, quando siano viste non separatamente, ma in connessione con gli interessi dell’umanità universale, queste fatalità sono piene della più alta beneficenza – la stessa beneficenza che porta precocemente alla tomba i bambini di genitori malati, che sceglie i poveri di spirito, gli intemperanti e i debilitati come vittime di un’epidemia.".

Sono concetti quelli di Spencer che hanno attinenza con le peggiori utopie eugenetiche, quelle della Repubblica platonica e quelle delle dittature del 900 tese a costruire con la "selezione" e l'eliminazione fisica la razza pura, ariana, o l’uomo nuovo.

In economia competizione e concorrenza, anche se questo secondo termine andrebbe “disambiguato” poiché effettua una torsione del significato di competizione come “lotta e scontro” nel significato proprio di concorrenza di “con-correre, correre assieme” verso un medesimo obiettivo, dicevo, in economia competizione e concorrenza sono posti da Adam Smith alla base del raggiungimento del bene comune così come l’egoismo e l’ambizione soggettiva incrementano il benessere collettivo, Smith cerca, senza riuscirci, di smentire Tommaso Hobbes che sostiene che la competizione porta alla violenza e alla sopraffazione del più debole attraverso “l'istinto di sopravvivenza” e “l’istinto di sopraffazione” che muovono la condotta umana, “homo homini lupus”, da qui la necessità della regola, della legge come protezione reciproca adottata da ciascuno e da tutti per la paura di soccombere alla legge del più forte. Queste idee, “dell’uomo lupo all’altro uomo”, circolarono in tutte le epoche e prima di Hobbes le sostenne Plauto, poi diversamente Erasmo, Bacone, Owen e altri fino ad incrociare il pessimismo di Arthur Schopenhauer.

Tommaso non avendo trovato risposte ai problemi che il ricordo dei fatti narrati dal diario gli hanno posto termina la lettura, se andasse avanti a leggere non troverebbe altro che la reiterazione degli stessi fatti in altre modalità, si alza e dalla finestra della sua camera vede la lunga teoria di finestre chiuse del Ricovero, mute come lui che, non avendo nulla da dirci  più di quanto ci abbia ricordato/mostrato nei 5 episodi, chiude anche la sua finestra, esce nel giardino accendendosi una sigaretta per calmare la sua angoscia, la sua nevrosi e si allontana lungo il viale scomparendo nel buio per dimenticare e farsi dimenticare.

Le Finestre Chiuse del titolo e del breve piano sequenza finale sono le icone materiali dell’incomunicabilità, la competizione, amorosa, sportiva, venatoria e del gioco d’azzardo, sorda alla compassione e sensibile solo alle esigenze di affermazione soggettive dei protagonisti li depriva della loro umanità, del sentimento della compassione, li aliena, e, non trovando da nessuna parte risposte adeguate, nemmeno nella religione, crea nei vincitori e nei soccombenti quell’angoscia, “il male di vivere” montaliano, che alla fine li perderà tutti.

Finestre chiuse è pervaso da un profondo pessimismo che non è mai appartenuto a chi scrive ed è stato il protagonista della storia messa in scena da Fabio e non so se sia appartenuto in forme così estreme anche a lui, credo di no, il ‘68, che da poco avevamo lasciato alle nostre spalle, ci apriva nuove prospettive, l’ottimismo della volontà ebbe la meglio sul pessimismo della ragione, vivemmo una stagione magnifica, che, tra parentesi, auguro a tutti i giovani di oggi, per un tempo non breve tentammo l’assalto al cielo puntando tutto sulla rivoluzione che non venne (fortunatamente?), arrivò anche il tempo della degenerazione e del riflusso. In seguito ci abbandonammo ad un onesto e, talvolta, produttivo riformismo, contenti però di quello che avevano sedimentato di buono nella società e negli animi in quegli anni fantastici, tornammo a giocare la schedina del totocalcio puntando quasi tutto sulla fortuna e non più sulla rivoluzione, nel frattempo confinammo nella memoria il film “Finestre Chiuse” ma non i problemi che poneva e con i quali abbiamo continuato a fare i conti.

Il Poeta della Magna Grecia ce lo aveva detto: “Ognuno sta solo sul cuore della terra trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera” omettendo, per non calcare la mano, di aggiungere subito dopo la parola “sole” “beccandosi l’un l’altro come i polli di Renzo”.

Ah la competizione!.

Come possiamo noi disinnescare quanto di negativo c’è, se c’è, nella competizione?, essa deriva da un dato biologico o psicologico, o da tutti e due?, è un imprinting subito dalla nostre cellule al momento della lotta per la sopravvivenza e inciso nel nostro codice genetico?, ci possono aiutare le neuroscienze?, la psicologia?, può la cultura portare a razionalità i conflitti e volgerli verso la cooperazione che fu atteggiamento prevalente nei primi gruppi umani?, si può comunicare fra esseri umani, fra popoli, fra religioni?, il dialogo può vincere sull’incomunicabilità? Potremo trovare, qui ed ora, tutti e tutti insieme la pace e la felicità?.

Tutte queste parole (4.250) per dire quanti percorsi di ricerca,  quanti stimoli e quante suggestioni  può suscitare il breve filmato  in bianco e nero, muto di Fabio, senza contare quanto di altro ho tralasciato per brevità o per miei limiti speculativi.

Pochi hanno visto Finestre chiuse e, forse, pochi altri lo vedranno ma Fabio Bellissima 45 anni fa ci pose di fronte a questi problemi invitandoci a riflettere, a ricercare continuamente verità e senso, cosa che abbiamo fatto per tutta la vita e ancora facciamo, per dirla con un frammento di Solone, “invecchiamo, sempre molte cose imparando” … anche da un sedicenne di molti anni fa.

Grazie Fabio.

Tommaso Lupi

 

 

RICORDO DI UN AMICO

 

"Meglio fare il giornalista che lavorare"

 

Meglio fare il giornalista che lavorare” così mì diceva Giacomo Ascheri con quel suo fare ironico e cinico da dolcedese acculturato in un'estate di metà anni sessanta. Eravamo giovani, lui aveva una decina di anni più di me, tornava da Roma, dove aveva iniziato a fare il giornalista e lo scrittore, a Dolcedo per trascorrere, come tutti gli anni, una breve vacanza presso i suoi, il padre Tommaso Ascheri (Majiulé o Majiulettu de Fa(r)ina) capo dei socialdemocratici della provincia di Imperia, vicepresidente della giunta provinciale per quasi 30 anni e grande massone, la madre Rina gestiva una piccola bottega di alimentari e verdure sulla piazza del paese. Approfittava di quei brevi soggiorni per recarsi al mare a Imperia ai bagni Manè dove andavo anch'io e da li partivamo per lunghe e reiterate passeggiate sul molo lungo di Porto Maurizio fruttuose di interminabili discussioni politico filosofiche e di mai tentati approcci alle ragazze in bella vista a gruppi sugli scogli, o non piacevano a Giacomo o erano troppo belle per interessarsi a noi, mi diceva, il suo scetticismo ci impediva di agire, contagiava anche me che non ho mai avuto problemi di relazione con chichessia. Fu li che mi disse quella frase ed è in questi giorni che mi è tornata alla mente allorché il pubblico ministero del processo a Enzo Tortora, Diego Marmo, dopo 30 anni ha chiesto scusa per quell'arringa da brividi, come la definì Martelli vicesegretario del PSI, che pronunciò a Napoli, si perché fu nell'occasione della vicenda giudiziaria che travolse il popolare Presentatore che Giacomo si dimostrò grande giornalista dalla schiena dritta, pubblicò articoli sul caso ma soprattutto scrisse il libro “Tortora-storia di un'accusa” (Mondadori-1984) e curò la pubblicazione di “Tortora-Il processo” (Corso Editore-1985), ne cinico ne scettico, fu un combattente garantista, laico, liberale e democratico. Fu collaboratore de La Voce Repubblicana e poi vicedirettore dei servizi giornalisti Rai, scrisse un libro su “La sfida istituzionale nei governi Spadolini: 1981-1982” (Vallecchi Ed. 1983), pubblicò “Ombre sulla Repubblica” (Armando ED 1982) , curò il libro bianco "Il processo di Napoli alla N.c.o. e il caso Tortora" per il Partito Repubblicano nel 1985, partecipò alla presentazione del suo libro nei convegni organizzati dal Partito Radicale con Enzo Tortora (il popolare presentatore della TV ed eurodeputato radicale che rinunciò all'immunità), è stato con molta emozione che in questi giorni ho riascoltato la sua voce dall'archivio audio di Radio Radicale mentre presentava il suo libro nel 1985. Il lavoro di Giacomo alla vigilia della sentenza del processo napoletano a Tortora fece esclamare a Diego Fabbri, allora capogruppo dei deputati socialisti alla camera: "Ecco un giornalista al quale dovrebbero dare un premio" come ci ricorda Luca Villoresi nell'articolo su “La Repubblica” del 27 luglio 1985 intitolato 'MA QUELLO E' UN PROCESSO CILENO'.

Scrisse l'ultimo libro nel 1988, “Giovanni Spadolini: prima presidenza laica” (Editalia), morì l'anno dopo a 53 anni.

Con Giacomo eravamo amici di famiglia, amici ancora prima che nascessimo, mio nonno Majò (Tommaso), fascista, salvò dalle manganellate e dall'olio di ricino delle squadracce fasciste suo padre Majiulettu (Tommasino) giovanissimo che si rifiutava di svelare il nascondiglio, ubicato a Lecchiore di Dolcedo, della bandiera socialista ed esponeva il petto per l'estremo sacrificio slacciandosi la camicia, l'altro mio nonno, Celé (Celeste), comunista, non lesinò mai il voto all'amico Majiulettu socialdemocratico, solo a lui e solo per la provincia, Majiulettu nel '68 mi offrì la candidatura alla camera per i socialdemocratici, intendeva fare di me il suo erede politico visto che Giacomo non intendeva lasciare Roma, io cordialmente rifiutai in nome della purezza ideologica di sinistra, fu la sola volta che i socialdemocratici elessero un deputato nella nostra provincia, un certo Laura di Bordighera, infine il buon Majiuletto fu in prima fila ad applaudirmi al comizio che tenni a Dolcedo nel '72 in occasiome delle prime elezioni regionali con Andrea Dosio, segretario regionale del P.S.I.U.P, poi eletto e primo assessore alla sanità della regione Liguria. Nonostante le dure critiche che noi Socialisti Italiani di Unità Proletaria avessimo sempre riservato ai socialdemocratici mi strinse la mano e ci invitò a bere a casa sua che era li vicino, l'amicizia era più forte delle pur dure divergenze politiche.

Quelle lunghe passeggiate finirono con l'estate del '67, arrivò il '68 e fummo occupati in altre faccende, non ci vedemmo che per brevi saluti nelle sempre più rare puntate che faceva a Dolcedo per salutare i suoi, dopo la morte del Padre non lo vidi più, solo scarse notizie da comuni conoscenti, qualcuna sulla stampa e dalla radio.

Ora Giacomo Ascheri non c'è più, se n' è andato prematuramente preceduto da suo Padre nel 1983 e sua Madre l'ha seguito nel 1999 dieci anni dopo, ieri sono andato al cimitero di Dolcedo a far visita a mio Padre, ai miei Nonni e agli Amici, ci sono andato con mia madre Corina (Carolina Riva) che mi ha accompagnato alla loro tomba dicendomi che Giacomo si era sposato una straniera, forse una belga, e che questi amici in politica e al governo per tanti anni, specialmente il padre di Giacomo,non avevano incrementato il loro patrimonio oltre il lecito e non si sono portati dietro niente, a me hanno lasciato il dolce ricordo della loro amicizia e quella frase ironica e disincantata: “Meglio fare il giornalista che lavorare”.

Escluso poche eccezioni annegate in un mare di fannulloni buoni a nulla e capaci di tutto, proni ai potenti, al potere e prezzolati, penso che quella frase sia la metafora che più si attaglia ai giornalisti del nostro tempo: retroscenisti che si inventano dal nulla i retroscena e politici che li usano o non riescono a smentirli annegati in una miriade di notizie che dicono tutto e il contrario di tutto, ladri dei fatti, scooppisti dell'ovvio, macchine del fango, killer mediatici, giustizialisti che fanno strame delle garanzie, che sfruttano magistrati che che amano la notorietà e che gli passano notizie o intercettazioni coperte da segreto, sono tonnellate di veleni quelle che ci riversano addosso che come i rifiuti nella terra dei fuochi (e non solo) ci intossicano irrimediabilmente, noi e la Democrazia, "giornalisti" che coltivano i populisti, i qualunquisti, i razzisti e gettano “Ombre sulla Repubblica” come titolava uno scritto di Giacomo. I Giornalisti che fanno eccezione ci sono, fortunatamente, quelli per cui fare il giornalista è un lavoro vero, faticoso, costante, di inchiesta ma le loro voci in tutto questo bailamme raggiungono pochi, non fanno rumore, quasi scompaiono.

tommaso lupi

 

ALCUNI LINK PER INFORMARSI:

 

http://www.librinlinea.it/search/autore/Ascheri,%20Giacomo

 

http://www.radioradicale.it/scheda/13148/13170-il-caso-tortora-presentazione-del-libro-di-giacomo-ascheri

 

http://www.radioradicale.it/soggetti/giacomo-ascheri

 

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1985/07/27/ma-quello-un-processo-cileno.html

 

http://www.radicali.it/rassegna-stampa/angela-quell-errore-giudiziario-oggi-consiglierebbe-silenzio

 

http://it.wikipedia.org/wiki/Enzo_Tortora

 

 

http://www.pontanotest.it/annuario/files/testo.pdf 

UN POMERIGGIO CON MENICCO

 

Nel pomeriggio del 2 di giugno, festa della Repubblica, ho cominciato a trascrivere le registrazioni di un gruppo di interviste/colloqui effettuati circa 35 anni fa per svolgere una tesi di laurea dal titolo “Nascita del Partito Comunista nel ponente ligure”, tesi mai scritta a causa di impedimenti insormontabili.

Di quel progetto, dopo tanti anni, ho ritrovato le audiocassette su cui avevo riversato dai nastri di un vecchio magnetofono 8 interviste/colloquio con altrettanti personaggi protagonisti degli anni iniziali e centrali del secolo scorso, alcuni erano nati negli ultimi anni dell’ottocento altri nei primi del novecento, la maggior parte di essi erano miei conoscenti, amici e compagni.

Ho voluto cominciare dal colloquio con Giacomo Amoretti, il mitico (per noi giovani di “Nuova Resistenza”) “Menicco”, segretario dell’ Associazione Nazionale Partigiani d’Italia e già segretario del PCdI clandestino a Imperia, perche è stato la prima persona che ho intervistato tanti anni fa e che mi aveva aiutato a compilare un elenco di domande da porre nelle successive interviste, ma soprattutto per l’emozione fino al pianto che due anni fa ho provato nel ritrovare, ascoltare, "sentire" la voce del mio vecchio amico, ormai scomparso da tempo, che colloquiava amabilmente con me che lo stimavo, lo ammiravo e gli volevo bene.

Così ho trascritto una pagina, 5 o 6 minuti di quel colloquio, poi attratto dalla sua voce serena e dall’argomento mi sono lasciato trasportare nel suo mondo agli inizi del secolo scorso a rivivere con lui la Storia sua personale e insieme universale di quest’angolo di Liguria e d'Italia, che chiudeva un’era e, attraverso le doglie della Resistenza antifascista, ne apriva un’altra, repubblicana e democratica.

Il giorno del ritrovamento delle audiocassette, emotivamente sopraffatto, avevo già ascoltato il suo racconto e la sua voce, questo pomeriggio, dopo poco lavoro, ho "parlato" di nuovo con lui, come quel pomeriggio nella sede dell’A.N.P.I. a Oneglia durante la registrazione, rasserenato, felice e dimentico del tempo.    Grazie Menicco. 

Tommaso Lupi











MEDITATE GENTE … MEDITATE

 

CINQUE PERSONE, UN BANCHIERE SVIZZERO, UN INDUSTRIALE TEDESCO, UN POLITICO ITALIANO, UN OPERAIO FRANCESE E UN NEGRO IMMIGRATO, SONO SEDUTE AD UN TAVOLO AL CUI CENTRO C’E’ UN MUCCHIETTO DI BISCOTTI, IL BANCHIERE SVIZZERO PRENDE UNA MANATA DI BISCOTTI E SE LI METTE IN TASCA, LO STESSO FA L’INDUSTRIALE TEDESCO, IL POLITICO ITALIANO SI METTE IN TASCA DUE MANATE DI BISCOTTI E UN SOLO BISCOTTO RIMANE AL CENTRO DEL TAVOLO.

IL BANCHIERE, L’INDUSTRIALE E IL POLITICO SI RIVOLGONO PRONTAMENTE ALL’OPERAIO E GLI DICONO “STA’ ATTENTO CHE IL NEGRO TI FREGA IL BISCOTTO!”.

FAR SPARIRE IL DEBITO

Ci sono le elezioni europee ma si parla di politica interna italiana mentre si dovrebbe riflettere di problemi europei, di come passare da rigore a sviluppo, dai sacrifici al benessere diffuso senza trascurare il controllo del debito dei paesi in crisi del sud Europa e non solo. Vi propongo la riflessione che segue donatami da un Amico.

 

 

Con un prestito di 10 miliardi di euro la Comunità Europea, all’inizio della crisi, avrebbe potuto salvare la Grecia senza farla precipitare nel baratro della povertà ed estinguere il debito pubblico preservando i Greci da quei sacrifici inumani a cui sono stati sottoposti, uno dei più grandi economisti della Valle Impero mi ha esemplificato con parole semplici, capibili da tutti, come sarebbe potuto accadere:

 

Un tedesco giunge in Grecia all’inizio della crisi trova un albergo e chiede una camera, l’albergatore gli dice “vada su al primo piano si cerchi la camera che più le piace, tanto sono tutte vuote”, il tedesco prende 100 euro li deposita sul bancone e sale sù al piano. L’albergatore che ha un debito con un fornitore corre da lui ed estingue il debito per ricevere ancora delle forniture, il fornitore con quei soldi corre subito a pagare il suo debito col macellaio che non gli dava più carne, il macellaio che, a sua volta, aveva un debito col bar paga immediatamente il barista e salda il suo debito, anche il barista aveva un debito con l’idraulico e lo salda, quest’ultimo era da tempo che non poteva usufruire dei servizi di una prostituta con cui aveva un debito, corre subito a pagare e a fruire delle sue prestazioni, la prostituta che aveva un conto in sospeso con l’albergatore per le camere che aveva occupato con i suoi clienti va da lui e salda il debito depositando 100 euro sul bancone. In quel momento il tedesco scende dal piano delle camere si rivolge all’albergatore e gli dice “nain, nain, camere non piacere, io andare via”, si riprende i suoi 100 euro, esce e va via.

Intanto il debito di quei Greci è sparito, torna il credito, riprende il consumo, la produzione di beni e servizi, il pil, anche solo per uno zero virgola, raggiunge il segno positivo, torna almeno la speranza.

U LUVU

 

"Il mondo è una commedia per l'uomo che pensa, una tragedia per l'uomo che sa".

Antico provverbio spagnolo

LE PRIORITA’ DELLA POLITICA

Tra le due maggiori priorità la prima è un argomento di fondo e riguarda la “materializzazione” della nostra Costituzione, cioè le “interpretazioni” dei vari articoli che si sono susseguite, spesso stravolgendola e tradendola. Un esempio può essere quello per cui il Presidente Napolitano, che stimo e rispetto, ha dato l’incarico “esplorativo” a Bersani. Non esiste fra gli articoli della nostra Costituzione nessun comma che prescriva di dare incarico esplorativo al candidato alla Presidenza del Consiglio, l’articolo 92, titolo III (Il Governo), sezione I (Il Consiglio dei Ministri), al secondo comma recita “Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri.” Da nessuna parte si nomina “l’incarico esplorativo”. E’ vero che Presidenti, specialmente quelli della prima Repubblica, hanno ampiamente abusato dell’incarico esplorativo ma ciò, trattandosi della Costituzione, la legge di tutte le leggi,  non può costituire precedente, ci si deve sempre ricondurre alla lettera e allo spirito della Costituzione, in caso contrario si fa vivere una Costituzione, detta materiale, diversa da quella formale promulgata dai Padri Costituenti. Che cosa sarebbe cambiato se il Presidente avesse dato l’incarico senza condizioni a Bersani?. Prima di tutto entro 10 giorni Bersani avrebbe dovuto presentarsi in parlamento per la fiducia, come prescrive la Costituzione, ponendo fine all’agonia del governo Monti rimasto in carica per l’ordinaria amministrazione ancora per due mesi, poi avrebbe avuto più forza portando in parlamento la trattativa con gli altri partiti al posto di condurla per due mesi senza chiarire le responsabilità del fallimento di non trovare una maggioranza al Senato nonostante la pena della diretta streaming con i Grillini, infine se non avesse ottenuto la fiducia al Senato sarebbe rimasto in carica per l’ordinaria amministrazione magari facendo una nuova legge elettorale, eleggendo un nuovo Presidente della Repubblica che, appena in carica (Napolitano era nel semestre precedente la scadenza del suo mandato in cui non poteva sciogliere le camere), avrebbe potuto, come permette l’articolo 88 della Costituzione, sciogliere anche solo il Senato  dove Il Centrosinistra non aveva una maggioranza e chissà che dietro questa minaccia una maggioranza, per mettere in sicurezza il Paese dal punto di vista economico e per votare una nuova legge elettorale, non si sarebbe potuta trovare. Un altro esempio di “materializzazione” che circola molto di questi tempi  è quello per cui Renzi non potrebbe fare il presidente del consiglio perché non passato per una prova elettorale,  non esiste nessun “comandamento” costituzionale che preveda che il presidente  incaricato debba aver vinto un’elezione, basta che egli sia indicato da una maggioranza e riceva la fiducia delle due camere. L'ipotesi che dovesse passare per una vittoria elettorale, a Costituzione vigente, è una fola che il centrodestra e Berlusconi hanno ripetuto tante volte fino a coinvolgere il centrosinistra nella materializzazione della costituzione  propiziata dall’equivoco del decreto, firmato a suo tempo da Ciampi, che permetteva di indicare nel contrassegno elettorale il nome del leader della coalizione che, in caso di vittoria, sarebbe stato incaricato come presidente del consiglio dei ministri. Questi  sono esempi di “materializzazione” ma ne esistono altri come quello riguardante l’articolo 81 (pareggio di bilancio) ora modificato, l’articolo 11 (l’Italia ripudia la guerra come mezzo per ...) ecc. ecc.. Vi sono anche delle parti non attuate che contribuiscono a falsare la costituzione come quelli riguardanti l’articolo 39 sulla democrazia nei sindacati o il 49, la regolamentazione dei partiti. Sarebbe interessante che un costituzionalista brillante come il professor Michele Ainis riesaminasse commentandole tutte le “materializzazioni” a cui è stata sottoposta la nostra Costituzione nell’arco della sua vigenza e indicasse come ritornare a una sua corretta applicazione.

La seconda priorità, anzi la prima per importanza, è l’urgenza di un programma politico, economico e sociale per uscire dalla crisi e di come reperire le risorse necessarie per attuarlo. Partiti, candidati alla loro guida o alla guida del governo tutto fanno fuorché assumere tale priorità circostanziando un programma e facendolo capire soprattutto a noi elettori, accanto a loro anche i mezzi di comunicazione, giornali e giornalisti mancano al loro dovere montando un teatrino retroscenista e scooppista anziché andare al sodo e chiedere conto per noi ai partiti dei loro programmi se ne hanno, smascherandoli in caso contrario.   .....

OSPITALITA' - XENIA

OSPITALITA' - XENIA

 

Convivio ospitale

 

 

Come è bello, l’inverno,

 

chiacchierare accanto al fuoco,

 

sopra un divano morbido,

 

sazi di cibo, e dire,

 

bevendo un vinellino dolce

 

 e sgranocchiando ceci:

 

“Di dove sei? Come ti chiami?

 

 E dimmi un po’: l’età?

 

Quanti anni avevi

 

quando venne il Medo?”

 

Senofane di Colofone

Elea, VI sec. a.C.

 

Logos

Forse la più bella descrizione di un convivio ospitale. Agio, benessere, affabilità, calore, sazietà, brindisi esaltati da semplicità e modestia si uniscono alla più completa Ospitalità (Xenia) fonte di rapporti più profondi dei vincoli di sangue verso l’Ospite anche se sconosciuto e straniero.

Le parole rivolte all’Ospite dal padrone di casa ci confermano che esso è sconosciuto e straniero e che è stato accolto nell’intimo della casa, alla mensa, e gli è stato offerto tutto ciò che il padrone di casa considera desiderabile per se stesso senza conoscere nulla di lui.

Solo dopo averlo accolto, rifocillato e messo a suo agio, gli viene chiesto chi fosse, quale il suo paese, il suo nome, la sua età e quanti anni avesse quando vennero i Persiani a invadere la Grecia.

 

 

Senofane nasce a Colofone nella Ionia greca nel 565 a.C. circa, visse ad Elea nel Cilento in Italia fino al 473 a.C.. Fu l’iniziatore della corrente di pensiero detta “eleatica”, che ebbe fra i suoi maggiori esponenti Parmenide e Zenone. Cercò di fondare la logica, di conciliare unità e molteplicità e demolì l’antropomorfismo degli dei. Un frammento di una sua lirica ci racconta di Pitagora che, riconosciuta la voce di un amico nell’abbaiare di un cane in cui l’anima dell’amico si era reincarnata, prega il padrone del cane di non picchiarlo più.

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OSPITALITA'

Inizio a pubblicare alcuni spunti di riflessione   sull’OSPITALITA’ con una lirica di Senofane (6°-5° sec. a.C.) , prima di lui Omero nei suoi Poemi descrive convivi ospitali, memorabile  quello offerto dai Feaci ad Ulisse, pressoché contemporanei di Omero i Lirici greci del 7°, 6° secolo a. C. ci hanno lasciato frammenti molto belli di convivi ospitali, si arriva al 4° secolo ed ecco il sofisticatissimo Convito di Platone sull’amore e quello più tradizionale di Senofonte, entrambi pretesti per riflessioni filosofiche con Socrate protagonista. La cultura greca a partire da quella arcaica fino a quella antica e classica ha elaborato la più alta espressione di ospitalità mai raggiunta da nessun’altra civiltà successiva e il sonetto di Senofane nella sua brevità raccoglie quasi tutto lo statuto ontologico del concetto archetipico di ospitalità: viaggio, straniero (altro da se), rito, convito, reciprocità, dono, memoria, identità, accoglienza, sono già buoni spunti di riflessione. Non ho inseririto nello statuto ontologico il concetto di gratuità,  perchè?.

Perché decostruendo, decostruendo, che J. Deridda buonanima mi perdoni, non ho trovato alcun episodio ospitale gratuito. (Decostruzione non significa distruzione ma scomposizione di  storie, miti, concetti, giunti a noi dalla storia attraverso sedimentazioni culturali successive, fino a trovare l’ente o gli enti non più scomponibili  che stanno alla base del concetto di ospitalità, che ne costituiscono lo statuto ontologico.)

 Già a partire dalla breve lirica di Senofane che precede, possiamo vedere che il poeta pensatore di Elea non concede gratuitamente l’ospitalità allo straniero sconosciuto, l’accoglienza data all’ospite dona al padrone di casa la più alta considerazione di se per aver potuto onorare la xenia nel migliore dei modi, per aver onorato anche Zeus Xenios (protettore degli ospiti) o Zeus Melichio (benevolo), uno Zeus non antropoformizzato trattandosi di Senofane. E’ evidente la soddisfazione, “che bello …”, di godere del racconto dell’Ospite venuto da lontano che svela la sua identità come Odisseo al convito dei Feaci, l’ospite avrebbe potuto essere un altro Ulisse e avrebbe potuto raccontare una storia meravigliosa, di altrove, così il padrone di casa riceve il suo compenso. Pagherei qualsiasi cifra per poter udire dalla viva voce del protagonista la storia della caduta di Troia o il racconto della sua odissea, voi no? Noi non sappiamo come si è presentato l’ospite alla casa del poeta, armato o disarmato, con doni o a mani vuote, ma sappiamo che l’ospitalità che ha ricevuto ha dato sicurezza a lui “straniero, ospite bisognoso di tutto” (Eschilo, Le Supplici), ma ha anche dato sicurezza al padrone di casa, lo straniero non ha dovuto né rubare né aggredire nessuno per garantirsi sopravvivenza in terra straniera. In tutti  gli episodi di ospitalità che ho incontrato, esaminando il problema, non ho mai trovato che sia stata accordata gratuitamente, anche chi non si aspettava ne voleva compenso ha avuto qualcosa, materiale o immateriale, ha avuto la sua mercede.

 Tre esempi estremi: il primo parla della storia dei Vecchi di Ceo (che trovate descritta a pagina due del sito a commento di 5 miei segnalibri), Narra Strabone (60 a.C. - 23 d.C.) una storia tristissima e malinconica, c’è un’isola chiamata Ceo, 10 o 12 miglia poco più a sud dell’Attica davanti al tempio di Apollo a Capo Sounion, è la patria dei poeti Simonide, Bacchilide e del sofista Prodico, tutti e tre emigrati sul continente a far fortuna, è terra dilavata dai disboscamenti poverissima di risorse, piccolissima. Strabone ci racconta che, secondo un’antica consuetudine, gli abitanti dell’isola di Ceo raggiunti i sessant’anni si suicidavano con la cicuta per non sottrarre risorse ai giovani. . Il commediografo Menandro (IV-III sec. a.C.) ci fa conoscere il motto a cui gli austeri Cei conformavano la loro vita: “Se non puoi vivere bene, in Ceo non vivere male”, Giovanni Pascoli nei Poemi Conviviali scrisse cinque liriche bellissime, terribili e struggenti dedicate ai  Vecchi di Ceo:e disse Lachon: «Troppo bella, o sacra isola Ceo! Chi nacque in te, che volle morire altrove? Ma sei poca a tanti!”. La carestia endemica che regnava sull’isola genera un atto di ospitalità estremo fino al sacrificio di se, l’unico veramente gratuito che io conosca, anche se in un altro dialogo tra i vecchi Lachon e Panthide, quest’ultimo, dice che gli isolani di Delo seppelliscono i loro morti nella vicina e disabitata isola Rhenéa dove i mortinon son che morti lasciando intendere che i morti di Ceo, seppelliti in patria, sono ancora qualcuno per chi vive e mostra memoria e riconoscenza per loro che ricevono così il dono del ricordo e della gratitudine. Di certo, triste e ammirato, ho esagerato a dire che questo è l’unico atto ospitale gratuito da me conosciuto, sicuramente i giovani pagavano ai loro Vecchi un grande tributo di gratitudine e di ammirazione.

Il secondo, scorrendo  nei secoli della storia fino alla seconda guerra mondiale, narra di un episodio accaduto in Ucraina a Mario Rigoni Stern e da lui stesso descritto nel suo libro “Il sergente nella neve”, il sergente maggiore Rigoni Stern con molti suoi commilitoni in ritirata si allontana dal Don per sfuggire alla “sacca”, all’accerchiamento dell’Armata Rossa, le notti all’addiaccio sono mortali e i poveri alpini abbandonati dai comandi cercano rifugio come possono nelle “isbe”, casette rurali col tetto di paglia, stremati dalla fatica, dal freddo e dalla fame.

Un giorno egli entra armato in una di queste abitazioni, nella penombra, seduti attorno al tavolo centrale vi sono dei soldati russi armati, con la stella rossa sul cappello, mangiano da una zuppiera comune con un cucchiaio di legno che rimane a mezz’aria, il tempo si ferma, l’attimo che rimane sospeso nell’aria sembra infinito nessuno imbraccia le armi, Mario in russo dice “Mnié khocetsia iestj", "vorrei mangiare", vi sono alcune donne una di esse con semplicità dalla zuppiera comune riempie un piatto di latte e miglio e glielo porge, Mario fa un passo avanti si mette il fucile in spalla e mangia. Il tempo rimane li sospeso dove si era fermato, i soldati russi, le donne, i bambini lo guardano senza fiatare in silenzio, non si sente nemmeno il rumore della guerra che la fuori continua, solo il rumore del suo cucchiaio nel piatto. Appena ha finito ringrazia, “spaziba”, prego, “pasausta”, gli dice la donna riprendendosi il piatto, i soldati sono sempre li immobili, la donna lo accompagna alla porta ed egli le chiede un favo pieno di miele, che è nell’ingresso,  per i suoi compagni la fuori ed essa glielo porge come saluto. Il “Sergentmagiù” esce e se ne va a continuare la ritirata verso la sua baita, lassù sull’altopiano di Asiago.

Racconta Mario Rigoni Stern: “Così è successo questo fatto. Ora non lo trovo affatto strano, a pensarvi, ma naturale di quella naturalezza che una volta dev'esservi stata tra gli uomini. Dopo la prima sorpresa tutti i miei gesti furono naturali, non sentivo nessun timore, né alcun desiderio di difendermi o di offendere. Era una cosa molto semplice. Anche i russi erano come me, lo sentivo. In quell'isba si era creata tra me e i soldati russi, e le donne e i bambini un'armonia che non era un armistizio. Era qualcosa di più del rispetto che gli animali della foresta hanno l'uno per l'altro. Una volta tanto le circostanze avevano portato degli uomini a saper restare uomini. Chissà dove saranno ora quei soldati, quelle donne, quei bambini. Io spero che la guerra li abbia risparmiati tutti. Finché saremo vivi ci ricorderemo, tutti quanti eravamo, come ci siamo comportati. I bambini specialmente. Se questo è successo una volta potrà tornare a succedere. Potrà succedere, voglio dire, a innumerevoli altri uomini e diventare un costume, un modo di vivere... “ 

(Da “Il sergente nella neve”)

Mio padre, Lupi Giacomo, anch’esso sergente maggiore dell’artiglieria alpina dell’Armir, che visse quella ritirata dal Don attraverso l’Ucraina e la Bielorussia fino all'Italia mi raccontò la verità degli stessi fatti.

 Nulla e gratuito. Tutti hanno ricevuto e ciascuno  ha pagato il prezzo della pace, della reciproca sicurezza, della sopravvivenza attingendo al tesoro comune dell’umanità che giace nell’inconscio di popoli diversi. Non sapremo mai come sia scaturita, anzi scoppiata quell’ospitalità, possiamo soltanto ipotizzare ciò che l’ha favorita nella nostra ricerca infinita di verità e di senso, come voleva il Maestro di tutti i filosofi.

 Il terzo esempio riguarda un episodio accaduto all’inizio della prima guerra mondiale, nel dicembre del 1914, tenuto nascosto dalla storia scritta dai nazionalismi della vecchia Europa fra le due guerre e anche dopo, chissà se Mario Rigoni Stern lo conosceva. Nel 2005 il regista francese Christian Carion presenta a Cannes fuori concorso il film “Joyeux Noel” che narra la storia della tregua di Natale del 1914 fra le truppe francesi, britanniche e tedesche che si fronteggiavano nelle trincee ai confini fra Belgio e Francia, dopo il film di nuovo il silenzio.

 Questa la storia: Nell’estate del 1914, dopo l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo, comincia la prima guerra mondiale, la Germania attacca la Francia, viene fermata sulla Marna a 40 chilometri da Parigi, si determina uno stallo e comincia una lunga guerra di posizione, di trincea. Nel nord della Francia ai confini col Belgio si fronteggiano truppe francesi e britanniche, soprattutto scozzesi, e truppe tedesche, tutti si apprestano ad affrontare l’inverno negli umidi e freddi camminamenti sottoposti al fuoco dei cecchini, al fuoco delle artiglierie e al puzzo dei morti lasciati nella terra di nessuno dopo le rare sortite tentate da entrambe le parti nell’autunno appena terminato.

Nei giorni che precedono il Natale dalle opposte trincee si alzano canti natalizi accompagnate dalla musica delle cornamuse scozzesi, i nemici si scambiano auguri, qualcuno attraversa la terra di nessuno e scambia doni, tabacco, cibo, liquori, fraternizza col nemico. Alla vigilia e nella giornata di Natale il fenomeno diventa di massa, le unità tedesche e britanniche, meno le francesi poichè si combatteva sul loro patrio suolo, si riversano nella terra di nessuno per fraternizzare, per scambiarsi doni, souvenir, cibo, whisky e champagne. Si celebrano funzioni religiose comuni, finalmente si seppelliscono i morti, i nemici intrattengono rapporti amichevoli fino ad organizzare partite di calcio, qualcuna interrotta da ufficiali zelanti ai quali facevano paura la pace e le punizioni dei comandi che non tardarono ad arrivare, ma in qualche posto la tregua durò fino a capodanno.

Il fenomeno spontaneo, non organizzato,  non riguardò tutto il fronte occidentale, in seguito non raggiunse più la stessa intensità del Natale 1914 che sul fronte delle Fiandre coinvolse circa 100 mila soldati, nel 1915 altri episodi di tregua spontanea si verificarono, sporadici, subito repressi ostacolati preventivamente con la vigilanza e con proclami dai comandi dei rispettivi schieramenti, nel 1916, dopo dure battaglie in cui vennero impiegate anche le armi chimiche, nessuna tregua fu praticata per quel Natale.

L’autocensura della stampa durò alcune settimane, a fine gennaio ruppe il silenzio il New York Times, gli Stati Uniti parteciparono alla guerra a partire dal 1917, seguirono poi i giornali britannici che riportarono qualche testimonianza, in Germania la notizia fu minimizzata e in Francia quasi nulla, venne pubblicato un proclama del  governo secondo cui fraternizzare col nemico costituiva alto tradimento, i Francesi si difendevano sul Suolo Patrio parzialmente invaso.

In seguito si registrarono molte testimonianze di sopravissuti, specialmente britannici. Ma la storia ufficiale ha pressoché ignorato tutto, censurato potremmo dire più opportunamente, fino ai giorni nostri, con la sola eccezione del film “Joyeux Noel”.

Ospiti nella terra di nessuno, ospiti l'uno all'altro del nemico, ospiti dei loro cuori, della loro umanità, di un sentire collettivo, ospitalità che scaccia ostilità, che regala sicurezza reciproca, che regala la vita anche se per breve tempo, ognuno ha pagato col rischio della fucilazione per tradimento, ha pagato con lo sforzo di trasgredire il senso comune che vuole che i nemici in guerra si debbano uccidere reciprocamente e con il travaglio per la possibile offesa alla propria patria, alla propria gente. Anche  in questo caso nulla è gratuito.

 

 

Seguono spunti sull'ospitalità ricavati dai miei appunti sulle tre Religioni del Libro o Abramitiche: Ebrei, Cristiani e Islamici, l’ospitalità era erga omnes o solo fra correligionari?

APPUNTI OSPITALITA' RELIGIONI

 

ANTICO E NUOVO TESTAMENTO, CORANO:

 

EBRAISMO, CRISTIANESIMO E ISLAM.

 

 «Amate dunque il gher [= forestiero], come amate voi stessi

perché il Signore vostro Dio ama il forestiero e gli dà pane e vestito perché anche voi foste forestieri (= gherim) in Egitto»

 (Dt 10,18-19; cfr. Es 22,20; Lv 19,34)

 

«io sono un ospite sulla terra» (Sal 119,19)

 

«poiché io sono un ospite presso di te / un forestiero come tutti i miei padri» (Sal 39,13)

 

«Noi siamo ospiti e forestieri come tutti i nostri padri»

(1 Cr 29,15)

 

«mia è la terra, ma voi siete presso di me »

(Lv 25,23)

 

«31 Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, […] 32Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, […] 34Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra:“Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, 35perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero (xénos, hospes) e mi avete accolto (syneghághete, collegistis), 36nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. […] 40“In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,31-46

 

«Non dimenticate l'ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo» (Eb 13,2)

 

Lo stesso appellativo di ‘ibri, «ebreo», che i popoli confinanti davano a Israele e che Israele ha riconosciuto come suo, significa «abitante al di là della frontiera», cioè straniero, barbaro.       L'Ebreo è ontologicamente straniero?!

 

 «Dio ama lo straniero» (Dt 10,18),

 

Tu non sfrutterai e non opprimerai lo straniero … Se tu lo maltratti, egli griderà a me e io ascolterò il suo grido … perché sono compassionevole (Es 22,20.22.26).

 

Erich Fromm: «Una volta scoperto lo straniero in me, non posso odiare lo straniero fuori di me, perché ha cessato, per me, di esserlo» (Voi sarete come dèi, Ubaldini, Roma 1970, p. 124).

 

«Amerai il prossimo tuo come te stesso» (Lv 19,18; cf. Mc 12,29-30 e par.)

 

«Chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1Gv 4,20).

 

... come Dio ha fatto con noi. Noi eravamo lontani (cf. Ef 2,13.17), nemici (cf. Rm 5,8-10) ed estranei (cf. Ef 2,12) a lui: lui ci ha resi ospiti, vicini (cf. Ef 2,13), della sua casa (cf.Ef 2,19), suoi figli (cf. Rm 8,14-17), amici (cf. Gv 15,13-15).

 

Dal nostro atteggiamento ospitale o non ospitale

dipenderà la vita o la morte eterna!

 

Dal Corano : “Per amore nutrono il povero, l’orfano e il prigioniero e poi dicono: noi vi nutriamo per il volto di Dio, non aspettiamo da voi compenso né gratitudine. Dio farà trovare loro la frescura e la gioia”.

 

“Chiunque fa visita a suo fratello, il Signore gli dice: Hai visitato il tuo fratello e allora a me è obbligo portarti gioia e farti entrare nel paradiso”.

 

“Far sorridere il fratello è già un atto religioso. Togliere un piccolo disturbo dalla strada del fratello è un atto religioso. E Dio non viene adorato più di quanto uno porta gioia all’altro”

 

Un hadith del Profeta dice: “Nella casa dove non entrano gli ospiti non entrano gli angeli”.

 

Ci sono centinaia e centinaia di altri detti con lo stesso concetto. “L’ospite è colui che ti porta la benedizione, anche la moltiplicazione del cibo: se tu condividi si moltiplica”.

 

Tra i 99 bellissimi nomi di Allah:  Karim: se Dio è stato generoso con l’essere umano, l’essere umano a sua volta deve vestirsi di questo nome, essendo generoso verso il suo prossimo, vestirsi del nome di Dio ‘Al Karim’, il Generoso, e magari anche di  ‘Al Rahman’, il Misericordioso, l'Amore senza confine, oppure di “Al Rahim”, il Compassionevole, il Pietoso.

 

ARCHIVIO - HEGEL E LA NOTTOLA DI MINERVA

IL MITO NON E' MIO, ME L'HA REGALATO MIA MADRE.     EURIPIDE

 

 

 

IL 16 GIUGNO MIA MADRE HA COMPIUTO 91 ANNI

 

AUGURI!

 

 

TEMPO FA MI DISSE

"RICORDATI: LA CONOSCENZA E' TUTTO!"

 

 

 

Sotto mia madre CORINA (Riva Carolina) su You Tube